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Zone d’ombra

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È il 24 ottobre 1996. L’ultimo giorno sulla Terra e l’ultimo istante della vita come la conosciamo.Due scienziati stanno studiando le conseguenze dell’impatto catastrofico sul pianeta della calamità ormai prossima, stimando le potenziali perdite che causerà. Una ragazza riflette sulla propria vita. Vorrebbe avere chiaro il proprio futuro. Un uomo che sa cosa significa morire. Ha già perso tutto. Tre punti di vista differenti, un unico pensiero: l’attesa di una pioggia di detriti cosmici pronta ad abbattersi sulle loro zone d’ombra.

Prologo – Immagine a schermo

Tutto ciò che si vede è vivo e prezioso. Luci, candele, accendini, occhi scuri e chiari. Intorno a loro c’è qualcosa di simile a un silenzio. Una lunga attesa agitata, il fervore della speranza, lo scalpitare del voler sapere, conoscere e vedere. Esserne partecipi. Presenti con corpo e mente, quello che doveva essere in quel momento.
L’essenza e la ragione della fede. Prostrarsi verso terra e verso l’alto, al di sopra di ogni altra cosa.
La piazza è pavimentata di ginocchia. Scandiscono i centimetri di uno dei luoghi più antichi del mondo, il mondo umano, come fatto nostro. Riusciamo sempre a intrufolarci nella storia, nelle sue pause, nelle sue distrazioni. È proprio lì che, tra una mattonella e l’altra, i fedeli stanno vivendo la loro vita di fedeli, di umani. Elementi di passaggio. Più veloci di un’intuizione o di un ricordo.
Ogni singola luce, tremolante e flebile, sferzata dalla corrente fredda del tempo, illumina un volto terreno. Una sagoma familiare, niente di diverso da una persona. Le loro mani sono giunte. Stringono le candele. La cera bollente cola chissà dove, a volte in piccoli recipienti di carta, a volte a terra.


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Un’insegna luminosa vigila sul fotogramma. È presente come non mai. Caffè, gelati, tabacchi. Un nome di fronte a migliaia. Un altro centimetro del tempo. Eccoli lì, li sentono, li sentono tutti. Il tintinnare delle monete, l’effervescenza dell’acqua che trasale nella plastica, il calore di una tazza che diventa fumo, vetro, metallo, ceramica. Un brusio rispettoso, educato di fronte alla notte. Intorno alla folla orbitano altri micro mondi come quello, pareti e vetrate, ingressi e uscite. Gli ambulanti passeggiano lenti con lo sguardo vago. Offrono in silenzio qualsiasi cosa. Il sussurro di una cantilena altalenante, addolcita dal cordoglio generale. Una specie di lento terminare.
I fedeli sono disposti secondo geometrie umane. Sono così perfette da sembrare progettate da qualcosa di esterno. Un disegno divino. La piazza prende voce, lentamente, con timore e ancora rispetto, rispetto. Si leva un mormorio. È prima oscuro, fa rabbrividire la pelle delle case. Ogni cosa nella cornice rabbrividisce. Poi il mormorio diventa celeste, ancora più in alto. Non è tribale, non è umano. Come se provenisse dallo stesso luogo delle stelle. Non sembra salire, ma scendere proprio da lì dove dovrebbe arrivare la fine, la disfatta. Il giudizio. E invece sale, è un’onda invisibile che porta il nome dei tempi. Porta il nome di mille luci. È la fiaccola di mille volti.
La catena rumoreggia a cadenza lenta e regolare sulla corona anteriore. I rocchetti posteriori arrugginiti scattano aggiustando il passo. I freni stridono quando serve.
Il ragazzo si affaccia dietro una parete. Lo precede la ruota anteriore. La gomma sgonfia sibila sul marmo. Un paio di scarpe nuove alla prima passeggiata, prima che il suolo le consumi. Il ragazzo ha il volto chiaro, il collo stretto nella giacca. Sa che non avrà freddo, come ogni anno in quel periodo. È il freddo che tarda, non lui a dimenticarlo. Gli occhi chiari guardano le luci. Un’anziana si gira verso di lui, la sua candela le illumina tutti gli anni sul suo volto. Ha gli occhi vitrei, prossimi a un’altra vita. Perché dovresti? pensa il ragazzo. Perché proprio tu dovresti aver paura di andartene. Ormai manca poco. Quello che è fatto è fatto. E se poi non te ne andassi? lui vorrebbe chiedere. Vorrebbe scendere dalla bici, lasciarla lì da qualche parte, in balìa dei passanti e dell’eventualità della notte. Del momento di raccolta. È lì e vorrebbe andare da quella donna e chiederle: E se poi non finisce nulla?
E se domani lei si svegliasse nel suo letto, tomba degli anni, sotto lo scricchiolio delle ossa, sopra i dolori, accendesse la luce del bagno, tra le ciocche di capelli grigi, tra le corde della vecchiaia, e guardasse nei suoi occhi attraverso uno specchio, con l’acqua che scorre tiepida, con il tepore di un vecchio termosifone, e si accorgesse che non è successo altro che un’altra notte? Il giorno è salito lento oltre la linea dell’orizzonte, la città ha ripreso a respirare. Un colpo di tosse sulla strada, un tuono lontano oltre i palazzi, il metallo che si staglia sopra il cemento, l’odore della benzina, le serrande che aprono gli occhi, le luci a riposo. È solo un altro giorno che è iniziato, cos’altro doveva essere?
L’anziana ora non lo guarda più, il ragazzo è sulla bicicletta. Vor-rebbe un parere, una nota a piè di pagina. Un supplemento alla scena. La verità assoluta.
È troppo giovane per assistere alla fine. Lo pensa senza saperlo. Lo fa perché è un bambino. È ancora meno, è in uno stato embrionale di fronte a tutto quello. Ha l’età in cui si inizia a ponderare la fine, ma mai in modo assoluto. E se morisse qualcuno, e se morisse qualcosa. Non ti chiedi mai: E se morisse ogni cosa? Credi di pensarlo, ma non gli dai peso. È paura, ma in realtà è noncuranza, egoismo. È tutto innocente e giovane, anche il peggiore dei pensieri. Anche il peggiore dei casi.
Il colonnato è nero e millenario. Il ragazzo non potrebbe non accorgersi dei millenni che ha di fronte neanche se fosse cieco. Lo sente nell’aria, e quella notte il tempo sembra andare lento e veloce in-sieme, saltare in avanti e indietro, una pausa della storia e della ma-tematica. Un grande intervallo televisivo. Si dà una nuova spinta, un primo giro di pedali ed è oltre le colonne di nuovo, oltre i volti. I freni stridono ancora, un alito di vento freddo passa veloce tra le altezze di marmo.
Il ragazzo pensa che se quella dovesse essere veramente l’ultima cosa – Come si dice? Ultima sera? Ultima notte? C’è differenza? – dovrebbe trovare il modo per raccontarla, o per rivederla ancora. A rallentatore, play-pausa-rewind. Ha detto a suo padre di rimanere sveglio. Il pomeriggio, dopo la scuola, ha comprato un VHS vergine, una cassetta vuota. Ha aspettato che il padre tornasse a casa dal la-voro. Ha aspettato di salutarlo, di abbracciarlo, di rispondere Niente alla domanda Cosa hai fatto a scuola?, di cenare tutti insieme, lui e sua madre, di guardare il telegiornale e poi di parlare del telegiornale. E poi glielo ha detto. Il padre è in sala davanti al televisore accesso. Al ragazzo piace toccare quello schermo curvo, che emana raggi e suoni, gli piace sentire le micro scintille sui polpastrelli e pensare che quelle siano radiazioni, gli piace sapere di toccare qualcosa di pericoloso e di così vicino, qualcosa di immobile eppure in movimento, a volte così veloce da sembrare sfocato. E mettere il suo dito proprio lì, tra il pericolo e il tempo, tra la vita e la morte. Mettere il dito e toglierlo, e lasciare l’impronta sullo schermo. Guarda gli occhi stretti del padre dietro gli occhiali, e il gioco di riflessi tra le lenti e la TV, il tutto che si raddoppia e diventa sempre meno reale, sempre più un ricordo. Il padre spinge il tasto rosso, sullo schermo in alto comprare un Rec, e di nuovo scompare. Ora vedono solo le luci, le candele, qualche volto in penombra, le bocche che si aprono e chiudono e sibilano, gli occhi che piangono, che guardano in alto. Il ragazzo dice al padre di non cambiare canale, di lasciare tutto com’è, fa cenno con le mani aperte, le braccia tese, poi gli chiede di nuovo di continuare a registrare. Il padre gli dice che non è lui, ma il nastro a fare tutto. Dice al figlio che tra vent’anni avrebbe rivisto quella cassetta, e l’avrebbero rivista anche i suoi figli. Il ragazzo domanda: «Perché proprio tra 20 e non 19?». Guarda di nuovo la TV, più magnetica che mai. L’oggetto di culto, l’altare sacro del momento. Poi la sua voce giovane dice: «Io esco» senza chiederlo, ma con un certo dubbio. Il padre chiede come. Il ragazzo dice con la bicicletta. Il padre dice di saperlo. Dice che starà fuori poco, dice che lo raggiungeranno gli amici, dice che tornerà in un attimo. Ma deve vedere, deve vedere, deve vedere. Il padre indica la TV, c’è già lei che guarda tutto, in fondo. Ma un gesto è troppo poco per spiegarlo, per lasciar sedi-mentare un concetto tanto ovvio.
Il ragazzo lo guarda e con le mani gli dice di lasciare tutto così com’è, di continuare a registrare. Di fare in modo che nulla si interrompa. Deve affidarsi a qualcuno di più grande, lui è ancora troppo giovane, non è ancora il momento. Solo gli adulti sono capaci di fare certe cose, le più importanti. Come mandare avanti il mondo, controllare che tutto scorra, lasciare il canale sintonizzato. Trasformare il tempo in un ricordo.
Passa in cucina e la madre gli chiede dove va. Risponde che di là la TV sta registrando, non il padre. È la TV. È un atto meccanico, qualcosa che procede. Il ragazzo dice alla madre: «Mi raccomando». Lei dice al figlio la stessa cosa.
In un attimo è giù per le scale, e lo sa. Lo sente scalino dopo scalino, lo sente nelle porte dei condomini, nei loro zerbini, nel portone del palazzo e infine nell’aria notturna e passeggera di fine ottobre. Lo sa che è il ragazzo più fortunato del mondo, lo sa perché ha qualcosa che parlerà da sé. Lo sa perché non è l’ultima sera del mondo – O l’ultima notte? Come si dice? – lo sa perché il giorno dopo guarderà la registrazione, la guarderà di nuovo e la farà vedere ai genitori, agli amici, a chiunque glielo chiederà. Poi metterà quella cassetta nella sua custodia in cartone con scritto Fuji, un disegno di colori sagomati, ma non prima di aver fatto una cosa. Prenderà l’etichetta adesiva, la solita, il segnalibro delle cassette, dei video-ricordi, quella cosa che serve per scandire il tempo tra una vacanza e l’altra, tra un natale e l’altro, tra la montagna e il mare, tra i compleanni. Poi prenderà un pennarello nero e scriverà su quell’etichetta qualcosa di sensazionale. Niente cose banali tipo vacanze. Scriverà 25 ottobre 1996. E poi qualcosa come: Io sono qui.
È di nuovo sul sellino. I pedali impegnati in circonferenze perfette, la luce anteriore che trema a ogni buca. È diretto dove le strade sono bloccate e le macchine non passano, dove stazionano ambulanze vuote e volontari che distribuiscono tazze calde, tra i furgoni dei souvenir, tra i miracoli che accadono in terra, lì, proprio al centro del mondo e davanti agli occhi del cielo, mentre il nastro nero scorre e cattura gli spazi tra gli ingranaggi del tempo.
La piazza è una fotografia dipinta. Luci e ombre sono l’unica legge del momento, la regola imposta oltre la quale saltano qua e là i suoi occhi giovani e curiosi. Un viavai intorno, tutto è in movimento e immobile, veloce e lento, chiaro e scuro. Una figura bianca si erge in cima a qualcosa, è visibile da ogni angolo remoto della città, delle nazioni, dei continenti e degli oceani. È in un punto preciso che la colloca in ogni momento, in tutto quello che sta per accadere, eppu-re è altrove. Un limbo separato da ogni altra cosa canonica, da ogni questione terrena. Intorno a lui ci sono truppe di uomini con abiti scuri. Hanno degli oggetti comuni in mano ma che assumono altri significati nell’immagine totale. Ombrelli, bastoni, fogli, telecamere, cose che lasciano tracce di sé e racchiudono un senso in un gesto. Anche quegli oggetti fanno parte dell’estasi del momento, partecipano silenziosamente, si rivelano al mondo per cosa sono, quasi parlando. Strumenti, mezzi, attrezzi. Sono tracce di noi. Di tutto quello che c’è stato e di cosa verrà dopo, nella sorpresa del mattino. Sono il nastro nero che scorre e cattura, prende nota; sono una ragazza che balla su un tetto, attraverso lo schermo di un televisore; un uomo che guarda il cielo. Una sagoma bianca in cima a una gradinata. La parola, la voce. Occhi puntati ovunque, da ogni parte, sillabe e pensieri si mescolano in un flusso continuo che cola come metallo liquido sulla sostanza della notte.
Un uomo corre sulla cornice dell’immagine. Avanza con un passo lento, sincopato. È estremamente preciso in ogni piccolo movimento. Niente di quella successione è scontato. Sono dettagli e dettagli che muovono qualcosa di grande e pesante, del tutto umano. Né giovane né vecchio. Più giusto del tempo.
Il ragazzo lo guarda, segue la sua traiettoria con gli occhi che permeano la notte, in ciò che concedono le penombre delle luminarie. C’è questo uomo che corre, chissà dove se ne va, pensa il ragazzo, a quell’ora, con l’abbigliamento sportivo da maratoneta. Ma c’è qualcosa in lui che non lo rende un atleta. È uno qualunque, un numero estratto a sorte, una candela che danza sul suo rito notturno, una distrazione del momento. Un’eventualità.
Il ragazzo si guarda intorno ancora. È sempre convinto di non an-dare da nessun’altra parte, se non verso casa. Poi con gli occhi traccia una retta, una retta strana e curiosa. Vede di nuovo la figura bianca, in cima alla gradinata. E da un’altra parte, chissà dove ma sempre così vicino, l’uomo che corre. Pensa a tutta l’immagine, ora lì, e di nuovo attraverso la folgore sfocata dello schermo. È tutto un caso, niente è scontato. È l’evento. Il mondo si è distratto per un attimo.
L’uomo che corre e la figura bianca. Entrambi intoccabili. Personaggi esterni, ma più che mai immersi in tutto ciò che c’è intorno. Sono come gli uccelli che riposano sui cavi elettrici, in alto, in fondo ai nostri occhi, oltre ciò che può vedere la cornea. Un contrappunto strano e dolce. Un accordo maggiore e uno minore.
Il ragazzo si dà una spinta con il piede poggiato a terra e si adden-tra nella membrana di luci e ombre. Mentre la notte assume le sembianze di qualcosa che sta diventando altro.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Elena

    (proprietario verificato)

    Credo che niente di più attuale sia questa frase che cita l’autore Stefano Locchi
    “Sulla Terra sta per abbattersi qualcosa che assomiglia al concetto di Apocalisse, un qualcosa di sconosciuto e pericoloso che arriva da molto lontano. Per tanti, ma non per tutti, sarà la fine.”
    Ecco noi oggi stiamo vivendo qualcosa che calza perfettamente…

  2. Elena Poli

    (proprietario verificato)

    …..”Lei è dimuovo ad occhi chiusi. Sente che la fine sia già passata su di lei ed iniziata altrove. La fine è sempre così relativa per ogni uomo.”…..
    Mi piace il concetto di relatività di tutto ciò che ognuno di noi vive sulla propria pelle ….
    L’assaggio dello scritto è invitante, spero di poter presto sfogliare e leggere le pagine di questo libro.

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Stefano Locchi
Nasce a Roma nel Novembre 1995, alle 19 e 17. E a quell’ora, in quel periodo dell’anno, c’è già il buio fuori. Dopo un’adolescenza passata in provincia e condita dalla passione per la musica, fa ritorno a Roma, dove studia Design e Comunicazione presso l’Istituto Europeo del Design. Nel frattempo, prima di laurearsi, scrive recensioni per un magazine online, presentandosi alla redazione come uno che vuole scrivere qualcosa da mettere nella libreria di casa. Ci riesce qualche anno dopo, dopo una laurea e un Master in Advertising al Politecnico di Milano, all’ombra di San Siro, distante da Roma ma dove fa notte sempre alla stessa ora. Ha lavorato in diverse agenzie creative di comunicazione. Tutt’ora vive a Milano dove lavora come pubblicitario.
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