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L’umanità tagliente e fragile di Graffiti

Giuseppe Iaculo è autore di Graffiti raccolta di racconti ambientati in una Napoli a cavallo tra l’onirico e il reale, dove la vita dei personaggi – con le sue ambizioni, le sue banalità, i suoi grandi e piccoli drammi – diventa paradigma di un’umanità inquieta e alla ricerca della propria libertà.

 

graffiti

 

Giuseppe Iaculo è autore di Graffiti raccolta di racconti ambientati in una Napoli a cavallo tra l’onirico e il reale, dove la vita dei personaggi – con le sue ambizioni, le sue banalità, i suoi grandi e piccoli drammi – diventa paradigma di un’umanità inquieta e alla ricerca della propria libertà.

graffiti_coverLa campagna di crowdfunding è stata un successo e adesso il libro è disponibile. Ci sono molti aspetti che meritano di essere approfonditi con l’autore (evitando spoiler naturalmente!) e così abbiamo deciso di fargli qualche domanda…

Andiamo subito al punto: i tuoi racconti sono dissacranti. Mettono a nudo un’umanità allo stesso tempo tagliente e fragile. Puoi raccontarci come ti è venuta l’ispirazione di almeno uno di loro?

L’ispirazione mi è venuta il più delle volte da frammenti di esperienza colti in giro occasionalmente. Episodi minimi capaci di emozionarmi e incuriosirmi, assimilati, a differenza di quanto si potrebbe pensare, più nel passeggiare per le strade della città che dalle storie, pur ricche di drammaticità, dei miei pazienti. Storie di dettagli di vita, battiti di ciglia, profumi, voci di cui i luoghi di Napoli sono pregni. La città di Scarpetta, Eduardo, Totò, Troisi, Martone, Moscato e di tanti altri, col vulcano perenne potenziale minaccia, il mare dolce, i vicoli scuri e arcaici e le piazze assolate, è uno scenario variegato e precario all’interno del quale ognuno si sente interprete e racconta in maniera creativa, più che altrove, la propria vita. Quegli episodi sono stati poi traditi, arricchiti, trasformati, contaminati dai miti e sono diventati solo uno sfondo dei quattordici racconti di ‘Graffiti’.

La tua Napoli però non è quella di Gomorra. Hai mai pensato di ambientare Graffiti altrove?

Il pensiero non mi ha mai sfiorato, nel provare a cimentarmi con la narrazione mi è sembrato naturale raccontare lo sfondo in cui vivo così ricco e complesso. Napoli è stata raccontata, analizzata e cantata da tanti, ma è un terreno così fertile e infinitamente vario, che non avrebbe senso, per me che ci vivo, attingere da altri luoghi. Gomorra è uno dei suoi aspetti, uno di quelli più scuri, innegabile e terribile, ma solo uno dei tanti. Ho provato a raccontare, senza la pretesa di essere esaustivo, altre differenti sue facce. In un racconto c’è anche la camorra incarnata dal personaggio di Michele ‘O Bello, ma non è così centrale. In altri rappresento la borghesia colta e benestante del Vomero e Posillipo, forse chiusa al resto della città. Racconto i quartieri più antichi nei quali nobiltà e degrado si incontrano. La mescolanza di voci, colori, odori ed etnie di piazza Garibaldi. L’arte e la storia meravigliose del centro antico, la vicina Terra delle Sirene, il degrado estremo del Parco Verde di Caivano. Una delle caratteristiche della mia città è l’assoluta e netta resistenza alla modernità, che la rende così fedele a se stessa, riconoscibile, amabile e detestabile, più di qualsiasi altra città e per questo accomunabile al mito.

Sei psicologo e psicoterapeuta. Graffiti ha una fortissima dimensione psicologica. Possiamo dire che nelle pagine del libro si ritrova una certa “deformazione professionale”?

Non saprei quanto sia presente il mio essere psicoterapeuta nel libro, penso sia inevitabile ritrovarlo perché è una parte fondante della mia identità da più di trent’anni, ma credo e spero vi si possano rintracciare altre parti, innanzitutto le mie passioni: quella per il teatro, il melodramma, l’arte, la bellezza, la poesia, che hanno sostenuto la mia scrittura. Uno dei personaggi del libro, Anna Luna, una madre che ha compiuto nel suo passato un atto estremo verso la figlia nata da poco, ha lo stesso nome, così evocativo del femminile e della maternità, della protagonista (Donn’Anna Luna) di un dramma di Pirandello del 1923 ‘La vita che ti diedi’, nel quale invece l’amore materno è capace di nutrirsi anche solo del ricordo del figlio lontano da lei per diversi anni. La madre persevera, in quel caso, nel mantenere in vita l’illusione, si nutre dell’utopia della vita del figlio anche di fronte alle prime forme di evidenza di un’assenza definitiva. Nel mio racconto Anna Luna tenta invece di disfarsi della figlia.

I protagonisti sembrano muoversi tra la malinconia del quotidiano e un destino sardonico. Eppure hanno una spinta forte ad autodeterminarsi e il tema della libertà ritorna più volte, quasi come un filo conduttore… Come descriveresti questa tensione in cui si trovano?

Nella psicologia umanistica questa tensione fondamentale viene descritta come ‘intenzionalità di contatto’. I personaggi del libro, come tutti gli esseri umani, cercano di realizzare il difficile equilibrio tra autodeterminazione e appartenenza, tra libertà e legame, passando spesso attraverso adattamenti difficoltosi e creativi, anche quando questi appaiono in superfice solo distruttivi.

La tua campagna su bookabook è stata un successo, ma adesso siamo curiosi: che commenti hai ricevuto dai tuoi lettori?

I commenti finora sono stati molto gratificanti, il libro sembra in grado di emozionare e restare dentro, anche se è strutturato in racconti brevi. Mi è stato detto che alcuni personaggi sono indelebili e si pongono come oggetto di proiezione e riflessione. Alcuni lettori trovano le storie forti e destabilizzanti, tanto che decidono di leggerle una per volta, di centellinarle, per digerire i sentimenti evocati dalla lettura, ma questo non mi dispiace, anzi, mi restituisce il senso di un obiettivo raggiunto.

Dovessi dare un consiglio a un aspirante scrittore?

Consiglierei al potenziale scrittore tre cose: a) leggere tanto, nutrirsi di buona letteratura partendo dai classici (io sono figlio di un libraio e mi ritengo molto fortunato per l’opportunità donatami dalla vita di abitare tra i libri fin da bambino); b) non provare a improvvisarsi ma misurarsi con un corso di scrittura creativa; c) affidarsi, nel caso volesse provare la strada del crowdfunding, a un team serio come quello di bookabook in grado di operare una selezione qualitativa a monte, piuttosto che al ‘fai da te’, gratificante spesso nell’immediato, ma foriero del rischio della dimenticanza in seguito.

Il team di bookabook
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