Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Il calcio che vorrei

Svuota
Quantità

Partendo dai ricordi di un’infanzia trascorsa con l’inseparabile pallone, l’autore ripercorre il proprio cammino nel mondo del calcio. Dopo le prime esperienze come giocatore, arriva un infortunio che determina il prematuro ritiro e il successivo impegno come allenatore di squadre giovanili. Il calcio che vorrei è un racconto sincero di un cammino nel mondo del calcio in cui l’autore parla non solo della propria passione, ma soprattutto del calcio che insegna e che vorrebbe vedere: quello che c’era prima e che ora si è perso dietro aspetti meno nobili. Ma è anche una guida indirizzata agli allenatori e, soprattutto, ai ragazzi che si avvicinano a questo sport. Tra consigli e stimoli, emerge l’importanza di un percorso calcistico che segua valori come il rispetto, il sacrificio e la responsabilità, prerogative fondamentali per raggiungere un successo non solo personale ma anche di squadra.

ANTEPRIMA

Prefazione

Questo libro sono io. Io e chi ama follemente questo sport: qui ci sono le nostre storie, i sacrifici, i panini mangiati di fretta prima di un allenamento. Ci sono io e ci siamo noi, un gruppo di persone pronte a qualsiasi sacrificio. “Sacrificio” è una parola di cui oggi, in diversi campi, si è perso il significato.

Questo testo vuole essere una sorta di richiamo per sottolineare che niente arriva senza sacrificio. Un grido forte per non rendere vani i ricordi. Quelli di pomeriggi spesi tra sogni e calci al pallone, tra una goccia di sudore e una di pianto, tra un ginocchio sbucciato o una palla uscita di “tanto così”. Quel “tanto così” che è lo stesso di Roberto Baggio a Francia ’98 perché non conta dove sei, ma cosa e perché lo fai.

In questo libro ci siamo tutti, senza esclusioni. Ci siamo noi e non solo. C’è posto anche per chi c’è stato e oggi vive nel ricordo. E c’è spazio per quel calcio genuino dei primi anni 2000 quando il business c’era, ma in maniera più debole. Era il calcio dei presidenti carichi di passione e delle bandiere eterne.

Di tempo ne è trascorso da quando scorrazzavo per le strade di Montemurlo inseguendo un pallone. Ne è passato parecchio e sono cambiate anche tante cose. I palloni a rombi bianchi e neri sono diventati un ricordo da museo assieme a quelle abitudini che non credevo potessero mai sparire.

Camminando per le strade, respirando il vento pulito della Toscana, incontro ragazzi di dodici o tredici anni che si ritrovano per poi guardare il cellulare tutti insieme; altri invece trascorrono le ore nei parchi a fumare interi pacchetti di sigarette quasi fossero i padroni del mondo. Non posso sgridarli, così la maggior parte delle volte mi limito a guardarli allibito. Io che, alla loro età, mi sentivo grande se riuscivo a imitare il goal di Baggio con la Cecoslovacchia e incontravo i miei amici per giocare a pallone dal primo pomeriggio fino al tramonto.

Ricordo ancora le mattine di scuola, condite dall’impazienza di ritornare al campo per poter giocare. Erano tempi diversi, ma non lontani. La lontananza è un’altra cosa. Se vogliamo parlarne, forse bisogna spostare il discorso sui valori. Ecco, quelli sono cambiati.

Continua a leggere

Continua a leggere

 Giocare, sbucciarsi le ginocchia, stare insieme sono aspetti che fanno parte della mia generazione e che ci hanno insegnato quasi tutto. Abbiamo così imparato che sognare è un’arte bellissima e che bisogna coltivarla per respirare sempre aria pulita; che un ginocchio sbucciato spinge a dare il meglio in un’azione; che lo stare insieme e confrontarsi con altre personalità forgia il carattere.

In questo libro voglio parlare del calcio che vorrei: non per me perché l’ho già vissuto, ma per i ragazzi, quelli con cui ogni giorno lavoro.

La mia idea è questa: creare un concerto di emozioni che suscitino qualcosa, in grado di far tornare i bambini per strada a giocare, ad arrampicarsi a farsi male. In fondo il calcio è un divertimento, un piccolo attimo di felicità nel caos, un fulmine durante un temporale estivo. è qualcosa che mi ha stregato e da cui, da troppo, dipendo.

Non conosco mezzo di aggregazione più efficace del calcio, con tutti i pregi e i difetti che lo caratterizzano, certo. Tuttavia penso abbia una marcia in più perché è la metafora più adatta della vita. Questo sport è, metaforicamente, un luogo. Puoi viverci, puoi conoscere altre persone, ma soprattutto puoi imparare.

Il mio calcio, quello che vorrei, è questo: pulito, genuino, carico di valori. Dove la vittoria non è l’unico pensiero, ma si guarda anche alla sconfitta e agli insegnamenti che essa può dare. Dove l’attenzione al gruppo e al singolo giocatore sono importanti allo stesso modo, perché i campioni si costruiscono dal basso.

“Il lavoro di squadra è la capacità di lavorare insieme verso una visione comune. L’abilità di dirigere ogni realizzazione individuale verso un obiettivo organizzato. è il carburante che permette a persone comuni di ottenere risultati non comuni.” 

  • Chi sono

 

Mi chiamo Luca Diddi e sono nato il 27 luglio 1978 a Firenze, culla di poeti e pittori. La mia strada però ha preso da subito un’altra direzione.

Casa mia è Montemurlo, piccolo paese in provincia di Prato. Qui ho conosciuto il mio più grande amico: il pallone, con cui ho stabilito da subito un rapporto simbiotico.

La mia infanzia è stata scandita da porte realizzate con qualsiasi cosa e da partite che solo il buio poteva interrompere. Poi sono arrivate le prime esperienze, quindi le vittorie e le sconfitte, una in particolare: un infortunio che ha segnato il mio prematuro ritiro dal campo. Il seguente tentativo di ripresa non è stato dei migliori: i numerosi fastidi mi hanno convinto a cambiare strada, ma non ambito perché la passione era ancora troppo forte.

Così è arrivato il lavoro d’assistente e poi quello da allenatore. Un’esperienza che si è dimostrata fin da subito positiva: vittorie, progetti e soprattutto soddisfazioni. Tra le tante, aver allenato giocatori arrivati poi sui grandi palcoscenici del calcio internazionale e, infine, la qualifica di allenatore professionista (UEFA A).

Questo è il mio primo libro con il quale, oltre a raccontare a cuore aperto la mia passione per il calcio, cercherò di analizzare i punti chiave per un successo non tanto personale ma di squadra.

 

  1. Progetto scuole

 

Il calcio non è fatto solo sul campo. Bisogna lavorare sulla mente e con i ragazzi in maniera costante.

Per questo motivo mi sono ritrovato in un teatro, davanti a cinquecento persone, per far capire cosa sia davvero il calcio, cosa ci sia alla base e quali siano i suoi valori.

Il successo è stato notevole, così ho provato a fare un passo in più.

Ho infatti proposto a Gianluca Vecchi, direttore del settore giovanile, un progetto indirizzato alle scuole.

Ottenuto il suo appoggio e stabiliti i vari contatti, ho notato con molto piacere l’interesse delle scuole che, facendo circolare la notizia, hanno dato una certa risonanza al progetto.

Questo ha permesso una diffusione a macchia d’olio e dal prossimo anno me ne occuperò a trecentosessanta gradi.

Tale opera, oltre che ribadire l’importanza dei concetti già sviluppati a teatro, vuole essere un ulteriore stimolo per avvicinarsi al mondo del Carpi.

Abbiamo infatti scoperto che molti ragazzi della città erano estranei a questa realtà, pertanto abbiamo ritenuto fondamentale intensificare un senso d’appartenenza ormai indebolito. Attraverso questo libro e il progetto scuole sarò ben lieto di comunicare le mie idee, ma soprattutto i principi cardine che simboleggiano la bellezza del calcio.

 

  1. Il mio calcio

 

“Il calcio ha le sue ragioni misteriose 

che la ragione non conosce.” 

(Osvaldo Soriano)

A Montemurlo non c’era molto da fare e il calcio significava aria pulita. Giocavamo dalle prime ore del pomeriggio fino al tramonto. Le porte le facevamo con quello che avevamo a disposizione: maglioni, sassi, pali di legno o qualsiasi altra cosa. Sono stato fortunato a far parte di una generazione cresciuta a pane e pallone. Quest’ultimo, poi, lo immaginavamo ovunque.

All’epoca andava di moda Playmobil con tutti i suoi piccoli personaggi. Tuttavia mi importava poco dei poliziotti o dei pompieri: io volevo solo il calcio, sempre. Così, nelle giornate di noia, ritagliavo vecchie scatole di scarpe a forma di magliette e numeri e, applicandoli sugli omini, creavo una sorta di Subbuteo. Con la carta stagnola invece realizzavo la palla e il gioco era fatto. Il calcio è sempre stato così per me: una sorta di chiodo fisso a cui non sapevo resistere in alcun modo.

Ho giocato per diversi anni, vivendo al massimo ogni esperienza, ma imparando soprattutto a conoscere ogni aspetto di questo sport. A partire dallo spogliatoio, uno dei luoghi più belli che io conosca.

Purtroppo un infortunio prematuro ha messo fine alla mia carriera troppo presto. Così ho dovuto scegliere, confrontarmi con me stesso e chiedermi se andare avanti fosse lecito. Mi sono guardato dentro e sono tornate le emozioni di quando ero alto poco più di un metro e scorrazzavo per i campetti della provincia come un funambolo. Ho rivisto le partite, i goal, gli abbracci, le vittorie e le sconfitte. Ho ricordato la prima volta con la fascia da capitano e anche il primo trofeo.

In quel momento ho capito di non poter abbandonare in un angolo impolverato tutte le emozioni e i sentimenti, ma che dovevo trasmetterli. Dovevo provare a far rivivere tutto questo nel corpo di qualcun altro. Ho così preso una decisione: se non potevo continuare sul campo come giocatore, dovevo farlo come allenatore.

Così sono arrivate le prime panchine ed è lì che ho davvero capito che nella vita non si smette mai di imparare. Il nuovo lavoro mi ha permesso di riscoprirmi e di trasmettere i valori che questo sport mi aveva insegnato.

Il Carpi, società in cui attualmente milito come allenatore dei ragazzi under diciassette, è solo la ciliegina sulla torta di un percorso che mi ha visto spesso stare dietro le quinte, per esempio come allenatore in seconda in Serie D.

Ho imparato senza presunzione, rimanendo in un angolo, con un taccuino e con le tasche piene di volontà. Perché il mio calcio è anche, e soprattutto, questo: sacrificio e volontà. Ritengo che queste due parole siano alla base di ogni percorso. Sono collegate da un filo conduttore solidissimo: il sacrificio non esiste senza volontà di compierlo, così come la vittoria non arriva senza la volontà di sacrificio.

Ho visto e allenato squadre che probabilmente avevano poco sulla carta, ma tantissimo nel cuore. E quella cosa lì, che tutti chiamano cuore, non si compra: bisogna solo avere la consapevolezza che senza di esso niente è possibile.

Tutte queste parole – volontà, sacrificio, cuore – sono riconducibili a un solo termine, quello per cui scrivo questo libro: la passione.

14 novembre 2018

FATTITALIANI.IT

Luca Diddi, dopo numerose esperienze nei dilettanti tra settore giovanile e prime squadre, con grandi risultati arriva nei professionisti con il Carpi FC 1909, dove in tre anni fa la scalata dall'under 16 alla Primavera. Il suo libro "Il calcio che vorrei" in uscita in estate, è gia in pre-ordine su bookabook.
Qui il link dell'intervista.

Luca, perché scrivere un libro sul calcio oggi?
La mia idea era questa: quella di creare un concerto di emozioni che lasciasse qualcosa dentro. Qualcosa che facesse tornare i bambini per strada a giocare, farsi male e arrampicarsi. Perché, in fondo, il calcio è un divertimento, un piccolo attimo di felicità nel Caos, un fulmine in un temporale d'estate. Il calcio è qualcosa che mi ha stregato e da cui, da troppo ormai, dipendo.

Quando hai iniziato ad amarlo?
A Montemurlo non c’era molto da fare. Il calcio era aria pulita. Giocavamo dalle prime ore del pomeriggio fino al tramonto. Le porte le facevamo con quello che trovavamo: maglioni, sassi, pali di legno, qualsiasi cosa. Posso dire di essere stato un fortunato di quella generazione cresciuta a pane e pallone. Lo vedevamo e lo immaginavamo ovunque. Ricordo che, ai tempi, andava di moda il ‘’Play Mobil’’, con tutti i suoi piccoli personaggi. Ovviamente mi importava poco dei poliziotti o dei pompieri, io volevo solo il calcio, ovunque. Così, nelle giornate di noia, ritagliavo a forma di magliette e numeri vecchie scatole di scarpe e, applicandole sugli omini, mi creavo una sorta di "Subbuteo’’. Con la carta stagnola creavo la palla ed il gioco era fatto. Il calcio è sempre stato così per me, una sorta di chiodo fisso a cui non sapevo resistere in nessun modo.

Ma quali sono i libri di settore che ti hanno maggiormente affascinato?
Ce ne sono molti, ma penso il libro di Ancelotti sia il mio preferito per un insieme di cose: sento di essere più vicino a lui come stile di allenare e gestire il gruppo.

Sii sincero: credi che le biografie dei grandi campioni siano davvero utili per comprendere il calcio odierno?
Alcune sì perché vanno su aspetti interni e cose che nessuno ha mai saputo e che ci svelano il mondo dietro un campione o un allenatore. Aneddoti di spogliatoio e curiosità. Tuttavia fino ad oggi, prima che io scrivessi il mio, un libro che paragonasse il calcio ormai andato a questo non c'era ancora. E credetemi, la differenza tra i due tipi di calcio è davvero tanta.
26 ottobre 2018

REPORT PISTOIA

Su Reportsport.it si parla di Il calcio che vorrei.
23 ottobre 2018

Aggiornamento

Ciao ragazzi, siamo arrivati a 100 ordini in 8 giorni!!! Il calcio ci rende uniti, questo libro ci ricorda la nostra infanzia e ai più piccoli fa rivivere le nostre emozioni e cosa significava per noi dare la caccia a quell'oggetto sferico. Un grazie alle società calcistiche che lo hanno acquistato per i loro bambini e per i genitori. Un grazie a tutti voi che in ogni posto in cui vado mi ricordate le verità che questo libro racchiude.
16 ottobre 2018

GIANLUCADIMARZIO.COM

Allenatore della Primavera del Carpi e scrittore per passione, Luca Diddi racconta Il calcio che vorrei: “Questo libro è la storia di tutti noi”. “Questo libro sono io. Io e chi ama follemente questo sport. In questo libro ci sono le storie di tutti noi, i sacrifici, i panini mangiati di fretta prima di un allenamento. Ci sono io e ci siamo noi. Noi che in fin dei conti siamo una grande squadra, una squadra di persone innamorate a tal punto da sacrificare ogni cosa. Sì, sacrificare, quella parola di cui oggi si è perso il significato. Sacrificio per vincere, sacrificio per la gloria. Allenatore (da questa stagione alla guida della Primavera del Carpi, club in cui lavora da tre anni) per professione, scrittore per passione: Luca Diddi descrive così Il calcio che vorrei, il libro da lui scritto e disponibile in pre-ordine su Bookabook. “Questo libro è un grido, un grido che ho voluto far sentire a tutti per dire: niente arriva senza sacrifici ma soprattutto niente arriva senza passione. Un grido forte per ricordare ma per non rendere vani i ricordi. I ricordi di pomeriggi spesi tra sogni e calci al pallone, tra una goccia di sudore e una di pianto, per un ginocchio sbucciato o per una palla uscita di ‘tanto così’. Quel ‘tanto così’ che è lo stesso di Roby Baggio a Francia '98, perché non conta dove sei ma cosa fai e perché lo fai. Dagli amatori alla serie A, sarà sempre un ‘tanto così’ dal massimo raggiungibile in quel momento”, racconta Diddi a GianlucaDiMarzio.com. “Qui, in questo libro, ci siamo tutti, senza esclusioni. Ci siamo noi e non solo noi. C'è posto anche per chi c'è stato e oggi vive nel ricordo. Per quel calcio genuino che si è fatto fino ai primi anni del 2000 quando il business c'era ma era più debole. Il calcio dei presidenti trasudanti di passione e delle bandiere eterne. La mia idea era questa: quella di creare un concerto di emozioni che lasciasse qualcosa dentro. Qualcosa che facesse tornare I bambini per strada a giocare, farsi male e arrampicarsi. Perché in fondo, il calcio, è un divertimento, un piccolo attimo di felicità nel caos, un fulmine in un temporale d'estate. Il calcio è qualcosa che mi ha stregato e da cui, da troppo ormai, dipendo” ha concluso Luca Diddi.

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Il calcio che vorrei”

Share on facebook
Condividi
Share on twitter
Tweet
Share on whatsapp
WhatsApp
Luca Diddi
LUCA DIDDI, nato nel 1978 a Firenze, è un allenatore professionista. Come
calciatore ha iniziato nei campetti del suo paese, Montemurlo, per poi militare nei dilettanti e infine nei professionisti con la Pistoiese. Un infortunio ne ha segnato il prematuro ritiro dal campo, ma la passione per questo sport lo ha spinto a intraprendere la carriera da allenatore. Dopo numerose esperienze nei dilettanti tra settore giovanile e prime squadre, è approdato al settore professionistico con il Carpi FC 1909, dove in tre anni ha compiuto la scalata dall’under 16 alla Primavera. Il calcio che vorrei rappresenta il suo esordio letterario.
Luca Diddi on Facebook
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie