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La ragazza con l'Europa in tasca

La ragazza con l'Europa in tasca
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Consegna prevista Luglio 2022

Ludovica nasce alla fine degli anni settanta in un elegante quartiere romano con un papà professore universitario, affettuoso ma sempre in ritardo e una madre in carriera con una forte impronta catto-socialista che la mattina la spedisce a una scuola popolare di borgata e il pomeriggio la trasporta in un quartiere alto borghese, prima a un corso di catechismo snob e poi da un gruppo di scout vetero-comunisti. Ludo cresce e le sue peripezie si snodano veloci tra due licei romani, l’Università, i primi intrighi sentimentali, le vacanze, l’Erasmus, e gli stages all’estero. La protagonista si ingarbuglia più volte, indecisa tra due amori, ma non si scoraggia e continua a cercare il suo posto nel mondo. “La ragazza con l’Europa in tasca” ha varie anime: è un romanzo di formazione, è un ritratto familiare, è una storia di amori e di amicizie, è una cronaca, ironica e a tratti emozionale, delle difficoltà giovanili di conoscersi e di farsi conoscere.

Perché ho scritto questo libro?

Lo so: dovrei rispondere che scrivere era il mio sogno sin da bambina. In realtà, questo libro per me è stato, a tratti: un imperativo (di mio padre e della mia coscienza) un’evasione (dal grigiore del lockdown), un miraggio (di farcela), un incubo (e se fallisco?) e infine la gioia di Bookabook. Con “La ragazza dell’Europa in tasca”, ho cercato di restituire l’entusiasmo e lo smarrimento di una ragazza che, affacciandosi alla vita adulta, si ingarbuglia senza sosta alla ricerca di sé.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Secondo uno degli aneddoti preferiti da mio padre, sarei nata di un colore cosi impressionante che l’ostetrica reputò inopportuno mostrarmi subito a mia madre.

Quando iniziai a sentire per la prima volta di essere nata viola – avrò avuto cinque o sei anni – ne restai molto spaventata. Mi convinsi di essere miracolosamente sfuggita a qualche male assai pericoloso e proprio per questo mi tenni l’angoscia tutta per me: non volevo saperne oltre. Con il tempo scoprii, attraverso le parole ben più prosaiche di mia madre, che se, per qualche ora apparvi effettivamente cianotica, a causa del grosso sforzo che avevo dovuto fare per venire al mondo – cosa peraltro piuttosto diffusa tra i neonati – avevo poi rapidamente assunto un sano e gradevole colorito roseo come tutti gli altri bebè.

Mi chiamo Ludovica Giglioli e sono nata a metà degli anni Settanta, a Roma, a via della Camilluccia, “con due elle, due ci e una sola emme”, come mi ripeteva pazientemente mio padre, quando imparai a scrivere da sola il nostro indirizzo. “Camilluccia viene dal Principe Camillo Filippo Ludovico Borghese che nell’ottocento abitava a Palazzo borghese, ma che aveva anche una dimora in campagna e per raggiungerla a cavallo passava proprio da qui: la Camilluccia, la piccola strada di Camillo” si premurava di aggiungere ogni volta, e a me sembrava un fatto importante, di cui andar fieri, anche perché uno dei tanti nomi di questo fantomatico Principe era uguale al mio. Sulla strada del Principe Camillo, le automobili, grazie alla quasi totale assenza di traffico, sfrecciavano a una velocità spaventosa, tanto che mio padre, con il suo humor nero e il suo adorabile catastrofismo, mentre ci esortava ad adottare la massima attenzione e destrezza nell’attraversarla, sentenziava preoccupato “altro che via della Camilluccia! sarebbe da chiamarla Via della morte!” In realtà, la nostra strada non aveva nulla di funereo, anzi. Semplicemente non era una via per pedoni, né per individui senza auto o senza autista. Nell’immaginario collettivo degli anni ottanta, la Camilluccia richiamava piuttosto ambasciate (in effetti quella olandese e di alcuni Paesi del Medio Oriente sono proprio lì) ville con piscina e comprensori di lusso, nonché la dimora di Renato Zero. Da qui il tono tra l’ammirato e l’invidioso quando, nei primi contatti con il mondo esterno, dichiaravo di abitare proprio li. In realtà, il nostro rispettabilissimo condomino, seppure elegante e ben tenuto, non aveva nulla di sfarzoso. Era una graziosa palazzina arancione, con una dozzina di appartamenti tutti provvisti di ampi balconi e terrazzi cui si accedeva tramite un bel giardino condominiale, con il suo pratino all’inglese, che in Primavera si riempiva di margherite, e dei begli alberi. La casa non si è mai modificata nel tempo: a parte qualche riallestimento nel salotto e qualche lavoretto di manutenzione, è rimasta sempre la stessa.

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Pieno zeppo di libri (per dirla con le parole di non so quale fattorino “prima o poi i libri vi cacceranno”) di dipinti storici e contemporanei, sculture e soprammobili, il salotto di quella casa è, a onore del vero, a tutt’oggi tra i più i belli che abbia mai frequentato. Dalle grandi vetrate, se ti accomodi pigramente su uno dei tanti divani, non vedi altro che i rigogliosi alberi di Villa tre Colli, il parco prospiciente. È questo, ancora oggi, l’orgoglio di mio padre: “Vedi: sembra di stare a Cortina” ironizza spesso. E in effetti, oltre alla innata e inguaribile tendenza a procrastinare qualsiasi cambiamento, credo che a far rimanere i miei genitori nella stessa casa per oltre cinquanta anni sia stato proprio quel salotto, pieno di luce e di verde a una manciata di chilometri dal centro di Roma. Se il doppio salotto luminosissimo (come direbbe un agente immobiliare) era il centro, piacevole e mondano della casa, il resto era in realtà meno grandioso. Mi sono a lungo lamentata di non avere una camera tutta mia. La “cameretta”, per restare in gergo immobiliare, era infatti nei primi anni adibita a stanza della tata, o ragazza au pair, come si diceva pretenziosamente all’epoca. Ne avemmo tante: restavano poco, come dare loro torto, con tutto quel caos. In ogni caso, la mia agognata “cameretta” a un certo punto arrivò. Fu mio padre a sorprendermi e ordinare qualche mobile e a liberare la stanza, dove erano passate rapidamente una sfilza di giovani tate e che era poi diventata una terra di nessuno dove venivano appoggiati libri e vestiti stirati. Eppure, nonostante le dimensioni e le premesse non proprio incoraggianti, in quello spazio minuscolo, riuscii nel tempo a ricevere amici e amiche, oltre che fidanzati. Era un buco, d’accordo, ma aveva il vantaggio di essere così vicino all’ingresso da consentirmi di sgattaiolarci dentro nel cuore della notte, anche ben oltre il coprifuoco, senza essere scoperta.

Nel periodo in cui ho vissuto a via della Camilluccia con la mia famiglia ho visitato con mio padre e mia madre (mio fratello di rado si univa) decine e decine di case. C’era una vaga e velleitaria idea, in cui nessuno aveva mai creduto veramente, a parte me, che nella mia beata ingenuità contavo di trasferirmi veramente in quegli appartamenti molto più centrali. Il chiodo fisso era infatti di muoversi verso uno dei quartieri alle pendici della collina in cui eravamo confinati, con un particolare anelito verso Prati, la zona dove si svolgeva gran parte della nostra vita: scuola, catechismo, sport vari. Persino il macellaio di fiducia (presso il quale avevamo un conto aperto, quando i nostri genitori partivano) era lì, a via Avezzana, a offrirci oltre a bistecche e straccetti, piatti pronti succulenti e persino prestiti di piccole somme di danaro (ma nemmeno mio fratello arrivò mai a tanto, almeno non che io sappia). Prati era (ed è tuttora, nella sua immutabilità) un quartiere geometrico, ordinato, elegante e sonnolento. Palazzi sabaudi e giardinetti disadorni si alternano, graziosamente ma senza guizzi, a qualche bar alla moda e qualche boutique femminile con rapporti discutibili tra qualità e prezzo, ad appannaggio di avvocati e giornalisti della RAI, che, tramandando le loro professioni di padre in figlio da decenni, detengono le chiavi del Rione con malcelata soddisfazione.

Ma torniamo alla Camilluccia, sulla collina che svetta proprio sopra Prati, sulla stessa strada che il Principe Borghese aveva percorso senza troppo interesse, un paio di secoli prima che io nascessi. Da bambina ero paurosa: avevo paura dei cani (da quella volta che un barboncino mi era saltato addosso in ascensore), del mare (da quando avevo messo male la ciambella, a Santa Severa, ed ero quasi annegata) e dei ladri (avevo assistito a un tentativo di scippo su mia madre, proprio sotto casa). Odiavo mangiare: ero totalmente inappetente e molto piccola, il che mi sarebbe valso l’attribuzione del nomignolo di “scricciolo ciarliero” in una cerimonia degli scout dal vago sapore tribale, non a caso chiamata “totem”. Capelli lisci, fini fini, biondo cenere, occhietti vispi color nocciola, leggermente a mandorla, corporatura minuta, lineamenti delicati, dentini da coniglio. Mi si dava dell’intellettuale a quattro anni, solo per i miei buffi occhialoni rossi da ipermetrope (dal greco hypérmetropos, che “eccede la misura” vuol dire che ci vedi troppo! la cosa mi veniva spacciata fraudolentemente come un super potere) e l’aria un po’ saccente, e in effetti appresi a leggere e scrivere alla svelta e presto i romanzi da ragazza, da Piccole Donne a Orgoglio e Pregiudizio, divennero il mio rifugio, soprattutto dalle angherie di mio fratello.

Enrico aveva solo di due anni più di me ed era stato particolarmente seccato da mio arrivo, che aveva guastato il regime monocratico da lui precedentemente instaurato in casa. La leggenda narra che mi graffiasse nella culla e una volta mi tagliò completamente i capelli, attirandomi con la trappola di un divertentissimo e crudele gioco del parrucchiere. Mia madre non si scompose troppo, perché in base alle sue convinzioni socialiste, spartane e di sobrietà – che nulla avrebbero mai concesso alla frivolezza – una bambina deve categoricamente portare i capelli corti. Ancora oggi, riguardando le foto della nostra infanzia, faccio fatica io stessa a distinguere me ed Enrico: mamma ci vestita allo stesso modo e avevamo gli stessi capelli biondi e corti e gli stessi occhi. Eppure, a parte queste somiglianza fisica nei primi anni di vita, non avremmo potuto essere più diversi.

A me non solo piaceva leggere, nutrivo anche velleità da scrittrice: a otto anni avevo iniziato già a buttare giù un paio di romanzi rosa e un paio di racconti fantasy, stile Mago di Oz. Studiosa, ma senza angoscia, perché riuscivo comunque bene in tutte le materie, con predilezione per quelle letterarie, ero, all’epoca, piuttosto timida e riservata. Mio fratello, dal canto suo, non amava affatto lo studio, sebbene fosse molto sveglio e anche alquanto saccente, ma soprattutto, di un’intraprendenza straordinaria. In qualsiasi situazione si trovasse, riusciva sempre a coglierne i contorni e le opportunità. I relativi rischi, che per lo più minimizzava, lo interessavano assai meno, ritenendo la ponderazione dei pericoli una forma di debolezza. Quello che gli mancava del tutto era il classico istinto di protezione del fratello maggiore verso la sorellina minore, di cui si legge in qualche favola dei fratelli Grimm e che ho rinvenuto con grande invidia nei fratelli di alcune miei amiche e conoscenti. Per lui ero piuttosto un peso, qualcosa da nascondere e di cui vergognarsi, nonostante fossi una deliziosa e inoffensiva bambina con un libro in mano, al massimo un po’ petulante.

Le sue prepotenze non passavano del tutto inosservate: mia madre aveva una sola ricetta da affidarmi per difendermi: “ignoralo”. Mio padre, di natura più tenera, ogni tanto si faceva parte attiva per proteggermi, soprattutto quando le persecuzioni passavano dalla semplice presa in giro alla violenza fisica. Mia madre invece non si scomponeva troppo nemmeno di fronte a qualche azzuffata: era convinta che farmi giocare il ruolo della vittima avrebbe solo peggiorato le cose. Del resto, cercava anche di introdurmi all’importanza del perdono. C’è poi da dire che, ai forti dogmi cattolici (e socialisti, ma lo vedremo dopo) mia madre affiancava una spiccata avversione – di origine più smarcatamene calvinista – contro qualsiasi forma di familismo. Il principio veniva applicato in maniera radicale, in ossequio all’assunto per cui i principi per essere tali devono essere onorati anche nelle più piccole attività quotidiane. Il risultato era che i suoi familiari più stretti, ovvero i figli e il marito, erano costantemente destinati a subire un trattamento meno favorevole rispetto al resto del mondo. Sarebbe stato davvero ammirevole se si fosse trattato di evitare di piazzarci nel consiglio di amministrazione di una qualche società partecipata a svantaggio di qualche candidato più meritevole di noi, ma non era quello il caso. Si trattava di questioni davvero di piccolo cabotaggio, ma di enorme importanza ai miei occhi di bambina. Come quando ci trovammo a fare un viaggio in autostrada con un gruppo di amici e nella nostra auto viaggiava con noi Clotilde, una bambina di due o tre anni più grande di me, con i capelli biondissimi e un naso un po’ schiacciato. Fermatici all’autogrill, Clotilde chiese a mia madre di comperarle un enorme lecca-lecca a forma di Titti (la Titti di Titti e Silvestrino per intenderci). Io sgranai gli occhi e drizzai le orecchie: mai avrei pensato che si potesse azzardare una richiesta così sfacciata ed esorbitante per un oggetto tanto costoso e meraviglioso. Naturalmente, io non avrei mai osato avanzare una simile pretesa a mia madre, né tantomeno a una persona al di fuori della famiglia, ed ero quindi sicura che Clotilde avrebbe ricevuto un ferreo diniego a un acquisto tanto futile e dannoso per i denti, tanto più che ci trovavamo nella stazione di sosta dell’autostrada solo per espletare bisogni corporali non derogabili, come fare la pipì e bere. Mia madre stravolse invece inaspettatamente tutte queste mie previsioni esaudendo senza esitazione il desiderio dell’audace Clotilde. Rimasi esterrefatta, ma non mi persi d’animo: mi illusi che a questo punto avrei

potuto beneficiare anch’io di questo cambio di rotta e chiesi anche io un lecca- lecca di Minnie: non era bello come quello di Titti, ma ci andava molto vicino. Mia madre rifiutò seccamente. Ne fui mortificata e quando chiesi una spiegazione a questo comportamento incomprensibile e sommamente ingiusto, mia madre mi azzittì senza troppo giri di parole, accennando al fatto che Clotilde era una nostra ospite. Non ebbi più fortuna quando chiesi a Clotilde di condividere quel meraviglioso lecca-lecca: ottenni il permesso di leccare solo gli occhi, perché altrimenti ci sarebbe stato il rischio di deformare i lineamenti del bellissimo uccellino giallo. Ci rimasi molto male, ma dall’allora non ci feci più troppo caso, ormai sapevo che, in base a una regola molto importante, gli ospiti o comunque gli appartenenti alle altre famiglie dovevano essere trattati meglio di noi. La delusione successiva fu però scoprire che questo stesso principio non era molto in uso, a parte qualche rara eccezione, nelle famiglie in cui a mia volta io mi imbattevo come ospite. Non beneficiavo pertanto di alcuna reciprocità. Nella maggior parte dei nuclei famigliari che frequentavo, i figli sembravano proprio essere al centro del mondo e delle attenzioni dei genitori e difficilmente un semplice ospite o nuovo amichetto avrebbe potuto aspirare a più benefici di quelli a loro concessi: tutt’al più poteva essere ammesso a condividerli. Osservavo con attenzione tutte queste piccole incongruenze per cercare di coglierne il significato che mi era ancora oscuro.

Le vessazioni proseguirono sotto le grinfie di un istituto di suore che mi lasciarono, secondo il crudo racconto di mia nonna, abbandonata in un angolo dell’asilo, bagnata di pipì e in preda alle lacrime. L’anno successivo, forse il più importante e segnante della mia vita, fui poi iscritta in un altro asilo di infanzia, nel quartiere Pinciano, piuttosto vicino all’istituto di ricerca di mio padre, che, qualche anno più tardi, sarebbe divenuto professore universitario. Fu lì che conobbi il mio primo amore, Francesco, un bambino gentiluomo che mi ammaliò con un invito a fare un pic-nic a due nel cortile dell’asilo, portando, come asso nella manica, una valigetta piena di kinder e caramelle. Mio padre, eterno ritardatario, aveva l’abitudine di venire a recuperami una buona mezz’ora dopo lo squillo della campanella. Ricordo benissimo la sensazione di panico nel rimanere “in panchina”, come veniva chiamato il luogo dove i bambini venivano piazzati ad aspettare i propri genitori. A mezzogiorno, la panchina era piena di bimbetti scalmanati, che via via venivano recuperati dai rispettivi genitori.

2021-10-25

Consumerismo

“Una penna ironica e ritmata e un susseguirsi colorato di immagini e situazioni tengono il lettore ancorato al filo della narrazione. Ma “La ragazza con l’Europa in tasca” ha varie anime…” La prima recensione non si scorda mai, grazie a Consumerismo per le belle parole su “La Ragazza con l’Europa in tasca" Il romanzo di esordio di Lavinia Monti: “La ragazza con l’Europa in tasca” Da qualche giorno, la casa editrice Bookabook propone una novità così interessante da aver ricevuto una risposta quasi istantanea – oltre 200 ordini in appena una settimana – da parte dei lettori. Si tratta del romanzo di esordio di Lavinia Monti: “La ragazza con l’Europa in tasca”, che racconta la storia di Ludovica, la ragazza della porta accanto dall’animo europeo. La trama Ludo nasce alla fine degli anni settanta in un elegante quartiere romano con un papà professore universitario, affettuoso ma sempre in ritardo e una madre in carriera con una forte impronta catto-socialista che la mattina la spedisce a una scuola popolare di borgata e il pomeriggio la trasporta in un quartiere alto borghese, prima a un corso di catechismo snob e poi da un gruppo di scout vetero-comunisti. Ludo cresce e le sue peripezie si snodano veloci tra due licei romani, l’Università, i primi intrighi sentimentali, le vacanze, l’Erasmus, e gli stages all’estero. La protagonista si ingarbuglia più volte, indecisa tra due amori, ma non si scoraggia e continua a cercare il suo posto nel mondo. Le varie anime del romanzo Una penna ironica e ritmata e un susseguirsi colorato di immagini e situazioni tengono il lettore ancorato al filo della narrazione. Ma “la ragazza con l’Europa in tasca” ha varie anime. E’ un romanzo di formazione, è un ritratto familiare, è una storia di amori e di amicizie, è una cronaca, ironica e a tratti emozionale, delle difficoltà giovanili di conoscersi e di farsi conoscere. E “La Ragazza con l’Europa in tasca” non e’ un romanzo come gli altri, anche perché la stessa Bookabook non è una casa editrice come le altre: dando la possibilità ai lettori di scegliere, di partecipare, di portare i libri sugli scaffali delle librerie e di contribuire, attraverso il passaparola, a scriverne il successo. Dopo una rigida selezione sui testi che le vengono proposti, Bookabook lancia infatti insieme, all’autore una campagne social per far conoscere ai lettori i libri e gli autori. Il titolo ha avuto 200 prenotazioni Solo i titoli che ricevono almeno 200 prenotazioni ( si gioca quindi sui due significati di book, prenotare e libro) verranno poi editati e pubblicati. L’idea è di dare la possibilità anche ad autori non famosi di entrare nel mercato editoriale, ma via il successo di questa formula democratica ed inclusiva sta attirando anche autori affermati. Al link La ragazza con l’Europa in tasca – bookabook tutte le info sul romanzo e sull’autrice, compresa l’anteprima delle prime pagine del romanzo. https://www.consumerismo.it/la-ragazza-con-leuropa-in-tasca-il-romanzo-di-lavinia-monti-28226.html
2021-10-08

Aggiornamento

Grazie a tutti voi, ho raggiunto il goal dei 200 ordini con una sola settimana di campagna! Dunque e’ ufficiale: La Ragazza con l’Europa in tasca sarà presto in libreria! Ora si naviga allegramente verso gli extra goal (250 e 400 copie) che se raggiunti, potranno dare ancora più visibilità e possibilità alla storia di Ludovica - che poi e’ anche un po’ la vostra - di farsi conoscere e amare. Grazie davvero!
2021-10-07

Radio Sonica

Giovedì 7 ottobre alle 17: 30 circa sarò ospite in diretta dai geniali Stefano Valvo e Peppe Lomonaco, su Radio Sonica 90.7 FM per parlare del “La Ragazza con l’Europa in tasca” dei suoi personaggi, dei suoi luoghi, del crowdpublishing e di bookabook Per i non Romani e gli expats: si può seguire anche in streaming: www.radiosonica.it. https://bookabook.it/libri/la-ragazza-leuropa-tasca/

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Lavinia Monti
Lavinia è nata a Roma dove attualmente vive e lavora, con suo marito e tre gatti: Bianca, Bernie e Wilma. Si è laureata con lode in Scienze Politiche con indirizzo internazionale all’Università di Roma La Sapienza e ha poi proseguito con un Master in “European Union Policies” presso il College d’Europe di Bruges e un Dottorato di ricerca in diritto internazionale dei diritti umani. Ha viaggiato molto in Europa, anche con soggiorni di studio e di lavoro: a Montpellier (Progetto Erasmus), Vienna (ONU), Bruges (Collège d’Europe), Bruxelles (Commissione europea). Dal 2004 al 2008 ha lavorato al Ministero degli Affari Esteri per la cooperazione allo sviluppo e l'ambiente. Dal 2010 è dirigente al Ministero dell'Economia, dove, dopo essersi occupata di temi internazionali e diplomatici, attualmente dirige l’Ufficio per la Prevenzione dei fenomeni di usura e di corruzione internazionale .
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