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Le pozzanghere hanno paura del sole

Le pozzanghere hanno paura del sole
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Consegna prevista Luglio 2021
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Cosa potrebbero avere in comune un agente di commercio pronto a tutto, uno scrittore americano di Gialli in crisi, uno studente universitario in giro per Amsterdam, o un commerciante di tendaggi di un piccolo paese? Nulla. Se non, forse, un’esistenza come quella di tutti, nella quale inevitabilmente si formano delle pozzanghere. In queste pagine si trovano le loro storie, nove microcosmi in cui tra le strade di Torino, Milano, Praga, o in luoghi indefiniti, i protagonisti sembrano muoversi, inconsapevoli, alla ricerca di un sole che possa prosciugare le pozzanghere della vita. E quando in qualche storia non sarà abbastanza forte da farlo del tutto, almeno riuscirà a intravedersi.

Perché ho scritto questo libro?

La scrittura è creazione di microcosmi paralleli nei quali poter viaggiare. È come partire e visitare il mondo. Così se vuoi andare a Parigi, pensi a Montmartre, metti dei tavolini verdi in ferro battuto sul pavé e li riempi di un bel po’ di gente che annusa l’odore dei croissant appena sfornati. Poi ci metti, seduto su uno sgabello, un uomo che ritrae i passanti e all’angolo un’edicola e un negozio di fiori. A quel punto può avvenire ogni cosa, basta essere lì. Ecco. Questo libro è un viaggio.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Igirasoli di Praga

“Dentro, siamo tutti girasoli dorati”

(Allen Ginsberg)

Una sera senza luna, avevamo le gambe incrociate davanti al fuoco dell’accampamento, i fucili a terra.

Un soldato mi passò la sua bottiglia di whisky dopo averne sorseggiato il contenuto.

Si chiamava Tomáš, interruppe il silenzio senza guardarmi, «sai una cosa?»

Mi voltai ad ascoltare.

«Te lo sei mai chiesto perché i girasoli sono così belli?»

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Alzai le spalle mentre bevevo.

«Loro nascondono la tristezza sotto terra, nelle radici.»

E continuò «seguono il sole, sai? Proprio come alcuni di noi» mentre i suoi occhi chiari fissavano campi sterminati attorno a noi, avvolti in un buio che sembrava non finire mai.

Poi riprese la bottiglia «però questo non vuol dire che non hanno sofferto, solo che loro hanno imparato a sorridere lo stesso, capisci?»

«Sì, credo di sì», in realtà non capivo, non ancora.

Rimasi sveglio a rifletterci per tutta la notte.

Tomáš arrotolava nelle cartine d’importazione un tabacco di pessima qualità, fino al giorno in cui fu colpito a morte.

Quella volta chiese a me l’ultima sigaretta, «un ti-ro, l’ul-timo.»

«Coraggio amico» lo supplicai di resistere.

Raccolse le forze per inspirare, il tabacco si accese, poi lui piegò la testa su un lato e la sigaretta cadde a terra. Fumante.

Quando la guerra finì giurai che avrei tenuto sempre dei girasoli freschi in cucina, sul tavolino in ferro che avevo trovato a una fiera dell’usato. Non era un vero e proprio tavolino, ma la carcassa di una vecchia caldaia. In fondo nemmeno io ero stato un vero soldato, eppure stavo discretamente bene in uniforme…

Fantasmi

“Fai della tua vita un sogno e di un sogno la realtà”

(Antoine de Saint-Exupery)

Era una di quelle giornate in cui Dio sembrava di buonumore. Il sole aveva picchiettato forte sui basolati del centro storico fin dalle prime ore del mattino. La cantilena dei venditori ambulanti, lanciata dai megafoni, copriva il rumore dei clacson per le vie della città.

Catania non era cambiata. Nemmeno dopo vent’anni.

Era accaduto di tutto, persino la presunta Fine del mondo nel 2012, ma dal numero civico 246 di via Sangiuliano usciva sempre un odore rassicurante di cornetti caldi e caffè.

Lo stesso di allora.

La mattina del suo quarantesimo compleanno Carlo terminò di radersi davanti allo specchio di una camera d’albergo. Passò la mano sul mento prima di abbottonare al collo la camicia bianca con le iniziali. Dopo aver indossato il completo scuro di lino che usava negli incontri importanti, uscì con la borsa portadocumenti in mano.

Non era fiero di sé ma questo, negli affari, era un semplice dettaglio…

La veranda sul fiume

“ E così andiamo avanti, barche contro la corrente,

 incessantemente trascinati verso il passato”

(Francis Scott Key Fitzgerald)

Immobile. La camicia di lino aperta sul petto flaccido, lo sguardo incastrato nelle crepe dell’edificio di fronte a noi.

Il silenzio della Senna faceva da sottofondo alle sue parole.

«Non si preoccupi giovanotto, nemmeno i fantasmi mi fanno ormai paura.»

I suoi occhi si chiusero per un attimo. Quando si riaprirono, brillavano come l’acqua del fiume.

*****

Ancora oggi non riesco a dimenticare quel vecchio, fermo, sulla soglia di una porta spalancata. Ma forse è meglio che cominci a raccontare la storia dall’inizio.

All’epoca, parlo di circa trenta anni fa, ero un giovane reporter. Riuscivo a tirare avanti con gli spiccioli che mi pagava il giornale per cui scrivevo, devo ammettere però che affrontavo tutte le spese extra grazie alla rendita di famiglia. Come un segugio ero sempre alla ricerca di una preda. Andavo in giro con una macchina fotografica, una delle prime Hansa Canon1 messe in commercio fin dagli anni ’30 e un taccuino dalla custodia in pelle infilato nella tasca dei pantaloni. La guerra era finita da mesi, o almeno così dicevano, io senza le notizie dal fronte non avevo più molto da scrivere, giravo la Francia alla ricerca di vecchie storie da raccontare. Fu allora che mi imbattei nel mio compagno di viaggio…

La via degli ombrelli

“Non dimenticate l’ospitalità.

Alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo”

(La Bibbia)

Sulla lastra di marmo bianco di Carrara è inciso Via Milite Ignoto, ma questa è ormai la Via Degli Ombrelli.

Per tutti. Per i giovani che la sera si danno appuntamento sulla scalinata della Chiesa Madre, per gli anziani che passano intere mattinate passeggiando avanti e indietro con incedere lento e anche per me, negoziante di tendaggi da più di trent’anni.

Il nostro è un paese di poche migliaia di anime, sulla sponda lombarda del lago Maggiore e diciamo la verità, qui non succede mai nulla. Né di bello, né di brutto. A memoria ricordo un tipo che affogò nel lago capovolgendosi con la sua barca, un Tredici fortunato al totocalcio e la visita di un importante petroliere russo, ma sono ancora convinto che il suo autista, quella volta, avesse sbagliato strada. Qui la gente si fa gli affari propri e le giornate scorrono una uguale all’altra. Grigie come il cemento della banchina che qui ha inghiottito la vegetazione che c’era prima.

Le case sono un drappello di facciate dalle tinte simili tra loro, la maggior parte dei giorni coperte dalla nebbia. Avevo anche smesso di allestire la vetrina del mio negozio, che tanto, al di là del marciapiede non si vedeva nulla.

Tutto questo fino a sette anni fa.

Un pomeriggio, di quelli in cui ci si potrebbe persino dimenticare di essere esistiti, dalla nebbia che era solita scendere anche nei giorni di festa, spuntò il maglione giallo, indossato sotto una giacca in velluto verde, di una ragazza sconosciuta.

Calpestava con le punte delle scarpe il pavé di Via Milite Ignoto. Non era sola, teneva per mano un bambino con i riccioli neri e le guance morbide. Lui aveva un giubbotto a vento e lo zainetto blu, lei teneva una cassa amplificata sulla mano destra e portava in spalla la custodia di una chitarra dove c’erano dipinti tutti i colori del mondo…

Giro di rum

“Il destino mescola le carte e noi giochiamo”

(Arthur Schopenhauer)

Sono le cinque del pomeriggio. Sally mi osserva dall’altro lato del bancone mentre versa una grappa al tipo burbero appena entrato.

«Un altro bicchiere» chiedo.

Si avvicina, «ne ha già bevuti troppi.»

Sally ha ragione, non ho mai bevuto 4 bicchieri di rum in una volta sola, ma riesco ancora a toccarmi la punta del naso, quindi insisto, «non preoccuparti, è l’ultimo.»

Svita il tappo della bottiglia senza aggiungere altro. È giovane, snella, i capelli lisci e neri tenuti raccolti da un bastoncino in legno. Il suo volto dai lineamenti delicati stride con l’odoraccio di fumo e le pareti intonacate del bar. Mi versa da bere, scrutandomi con i suoi occhi che hanno il colore della terra appena arata, io tengo i gomiti appiccicati al granito rosa del banco. Anche il pavimento è in granito, è così consumato che sembra unto anche dove non lo è. Nelle giornate di pioggia come questa entra poca luce, quella gialla delle lampade nasconde la polvere che c’è ammassata sulle mensole in vetro.

Uno stereo sgangherato manda la musica folk di una chitarra acustica, in sottofondo non manca mai il rumore delle tazzine sporche da lavare.

Aspetto che il tipo accanto a me abbia tracannato la sua grappa scadente e sia andato via. Ora restiamo soli, io, Sally e due tizi impegnati nella loro infinita partita a briscola. Credo che facciano parte dell’arredamento del bar, sono sempre seduti al solito posto, in un angolo, sotto un poster con l’omino di Italia’90. Sul tavolino ci sono sempre le stesse carte scolorite, il posacenere pieno di mozziconi spenti e due birre che sembrano sfidarsi a duello. Ci hanno giocato tante di quelle volte, ormai, che ognuna di esse ha un tratto distintivo sul dorso, alla prima sul mazzo manca uno dei quattro angoli, in un’altra invece è semplicemente piegato, ne vedo una attraversata in lungo da una sorte di cicatrice. A questo punto potrebbero anche giocare a carte scoperte, ché tanto ne avranno già memorizzato i segni particolari.

Interrompo la loro concentrazione «questo giro lo offro io!» esclamo, alzando il bicchiere.

«E se non avete di meglio da fare vi racconto una storia» continuo, forse un po’ su di giri dopo aver sorseggiato il mio rum…

Niamh

“È inutile ricoprire di terra le ferite psicologiche,

bisogna farle respirare affinché possano cicatrizzare”

Isabel Allende

La macchina scura si ferma in via Vigevano, in quel punto della strada l’asfalto prosegue parallelo alla linea del tram.

Dallo sportello posteriore esce una donna, il sole primaverile irradia i capelli rossi raccolti dietro al collo scoperto.

Tira fuori dalla vettura la scatola che ha preparato con la stessa cura che si ha per un figlio al primo giorno di scuola. Tenendola stretta tra le braccia percorre a piedi via Corsico. Arrivata sull’Alzaia del Naviglio Grande le sorge il dubbio che la nebbia che lei inghiottiva insieme al fumo delle sigarette non fosse vera, persino il pavé irregolare sembra diverso, ora i tacchi alti non si inchiodano più tra gli interstizi delle pietre. Le facciate di molti palazzi sono restaurate, si rende conto di non avere mai alzato lo sguardo per guardarle. Lo fa ora, inspirando più aria possibile nei polmoni.

Il vestito di seta che arriva al ginocchio le scivola lungo il corpo come un Notturno di Chopin in riva al lago.

Gli sguardi dei numerosi passanti seguono le pieghe che un vento leggero forma all’altezza dei fianchi. Lei avanza in compagnia dei suoi pensieri.

Tiene sempre stretta tra le mani la scatola dal contenuto prezioso…

2020-10-15

Aggiornamento

"Entrò. Inchiodò lo sguardo sul pavimento in cotto dei corridoi, dal posto più nascosto della sua memoria riaffiorò il ricordo di un paio di scarpe in tela consumate tra una lezione e l’altra. A volte percorreva l’intero perimetro con un libro aperto in mano, si ritrovava nell’ala opposta e doveva tornare indietro." #lepozzangherehannopauradelsole #unafotounestratto https://bookabook.it/libri/le-pozzanghere-paura-del-sole/
2020-10-13

Aggiornamento

Sono passati quasi quattro anni da quando, alla fine di una intensa settimana di lavoro, decisi di farmi bastare un panino veloce in autogrill pur di arrivare puntuale a Bergamo, bassa per la precisione. Al corso di scrittura tenuto da Rossella Monaco. Arrivai comunque in ritardo e mi sedetti nel posto che tutti avevano scartato, di fronte all'insegnante. Soggezione? No, perché Rossella sa metterti subito a tuo agio e ha una pazienza invidiabile. Di anni ne sono passati quasi due da quando invece, alle 7:43 di una domenica mattina mi infilai sul treno, diretto a Milano per la prima lezione di scrittura con Dario Honnorat. Stavolta arrivai puntuale. Per fortuna aggiungo, perché lui è uno stakanovista che non molla un attimo e se perdi mezz'ora devi già chiedere pagine di appunti a qualcuno. Sono convinto che ai corsi di scrittura non si impari a scrivere se non lo sai fare, però se hai degli insegnanti come loro, se scrivi già tanto e leggi ancora di più, sono delle palestre in cui allenarsi, affinare le tecniche e usarle con consapevolezza. Infine, sono luoghi in cui fare uscire quelle storie che esistono già e hanno solo bisogno di un grimaldello. Due delle storie contenute nel libro sono nate attorno a quei tavoli. Poi ci sono i volti dei compagni di corso, alcuni sono immagini sfocate che non vedrai più, altri invece sono ormai familiari e sei felice di averli incrociati per questo maledetto vizio che hai di scrivere. Anche la domenica.

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Fabio Meranto
Ci si può mettere a scrivere anche leggendo quotidiani sportivi di seconda mano, i preferiti negli anni della scuola. I romanzi classici e contemporanei sono arrivati dopo, ancora più tardi i corsi di scrittura. Nel frattempo sono nate storie come quelle contenute in questo libro.
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