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Le pozzanghere hanno paura del sole

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Nove racconti che sondano l’animo umano, eternamente suddiviso tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Esistenze in affanno, alla ricerca del tempo perduto, di un riscatto, di una seconda e nuova vita da (ri)vivere affinché il sole, con i suoi raggi, si riveli tra le nuvole per prosciugare dolori, delusioni e fallimenti.

I GIRASOLI DI PRAGA

“Dentro, siamo tutti girasoli dorati.” (Allen Ginsberg)

Una sera senza luna. Avevamo le gambe incrociate davanti al fuoco dell’accampamento, i fucili a terra.

Un soldato mi passò la sua bottiglia di whisky dopo averne sorseggiato il contenuto.

Si chiamava Tomáš, interruppe il silenzio senza guardarmi: «Sai una cosa?»

Mi voltai ad ascoltare.

«Te lo sei mai chiesto perché i girasoli sono così belli?»

Alzai le spalle mentre bevevo.

«Loro nascondono la tristezza sotto terra, nelle radici.» E continuò: «seguono il sole, sai? Proprio come alcuni di noi» disse mentre i suoi occhi chiari fissavano campi sterminati attorno a noi, avvolti in un buio che sembrava non finire mai.

Poi riprese la bottiglia. «Però questo non vuol dire che non hanno sofferto, solo che loro hanno imparato a sorridere lo stesso, capisci?»

«Sì, credo di sì», in realtà non capivo, non ancora.

Rimasi sveglio a riflettere su questa cosa per tutta la notte.

Tomáš arrotolava nelle cartine d’importazione un tabacco di pessima qualità, fino al giorno in cui fu colpito a morte.

Quella volta chiese a me l’ultima sigaretta, «un tiro, l’ultimo.»

«Coraggio amico» lo supplicai di resistere.

Raccolse le forze per inspirare, il tabacco si accese, poi lui piegò la testa su un lato e la sigaretta cadde a terra. Fumante.

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Quando la guerra finì giurai che avrei tenuto sempre dei girasoli freschi in cucina, sul tavolino in ferro che avevo preso a una fiera dell’usato. Non era un vero e proprio tavolino, ma la carcassa di una vecchia caldaia. In fondo nemmeno io ero stato un vero soldato, eppure stavo discretamente bene in uniforme.

Nei vicoli di Praga si respirava ancora l’odore della polvere da sparo. I tedeschi si erano arresi, è vero, ma nessuna guerra finisce mai veramente.

La vita stentava a ricominciare. Durante la notte, i corpi in agonia che avevamo visto in battaglia sembravano chiedere spazio nei nostri letti. I morti e i vivi abitavano insieme come se non esistesse un confine. In quei momenti non c’era poi tanta differenza tra loro e noi.

Il mio rifugio era una soffitta umida nel cuore di Malà Strana, a pochi passi dal Ponte Carlo. Pagavo quanto potevo permettermi ai proprietari che abitavano al piano di sotto. Per il resto, facevo dei lavori di riparazione in casa loro quando ne avevano bisogno. Mi arrangiavo così e la sera riuscivo sempre a racimolare un po’ di soldi per andare avanti.

L’arredamento non era granché. Oltre al tavolino, avevo un letto dal materasso non troppo scomodo nell’angolo più basso della soffitta, una sedia che faceva anche da comodino e l’armadio a due ante che io stesso avevo montato, salvandolo dal fuoco ormai pronto di un camino. Non potevo lamentarmi, avevo un tavolo, delle sedie impagliate, un lavatoio in ceramica, la dispensa e un fornello. E quando mi affacciavo dal lucernario apribile, potevo guardare tutti i tetti di Praga di fronte a me. Alcuni erano squarciati dalle bombe, altri coperti dalla fuliggine dei camini e dalla polvere delle macerie.

La stanza era sprovvista di qualsiasi decoro inutile e in questo, devo ammettere, si notava l’assenza di una donna.

Ma i girasoli non dovevano mancare.

Furono proprio i due proprietari a indicarmi un piccolo negozio di fiori nel centro della città vecchia.

Un giorno, di ritorno da uno dei miei lavori di riparazione che mi aveva quasi fatto perdere un occhio, decisi di andare.

Attraversai il ponte, accompagnato dagli sguardi inquisitori delle sue statue.

Osservavo i portoni gotici illuminati dalla luce gialla dei lampioni, Praga aveva un’atmosfera surreale quando alla sera si svuotava dei passanti e il silenzio veniva interrotto solo dal calpestio dei passi solitari sul pavé.

Arrivai per tempo. Il negozio era una porticina angusta all’angolo di Malé Náměstí, la catena, arrugginita e a penzoloni, serviva a sprangarla. Accanto, tenuta a muro da due chiodi, una tavola di legno con la scritta Květiny.

Mi fermai a osservare. In ginocchio sull’uscio, una giovane donna raccoglieva vasi di timo dentro una cassetta di legno ormai marcio. Attesi che si rialzasse. Quando lo fece, tornai indietro di molti anni. Ero un bambino e mio nonno mi aveva portato con sé durante una battuta di caccia. Mentre me ne stavo nascosto tra le siepi, mi trovai di fronte gli occhi di un animale impaurito. Non feci alcun cenno a mio nonno perché ero certo che gli avrebbe sparato.

Ora mi trovavo di fronte lo stesso sguardo indifeso e mi guardai intorno per assicurarmi che non ci fosse nessun cacciatore nei paraggi.

Lei non disse nulla.

Si eclissò all’interno del negozio, insieme alle sue piante di timo.

Uscì una signora robusta, i capelli grigi raccolti in una crocchia, le mani conservate dentro le tasche di un grembiule sporco di terra.

«Stiamo per chiudere.»

«Io vorrei solo dei girasoli, i più belli che avete» balbettai.

Increspò la fronte, andò dentro e tornò con tre girasoli enormi, avvolti in un foglio di giornale.

Ringraziai. Mentre pagavo, uscì la donna più giovane, era poco più che una ragazza. Teneva la testa bassa, avvolta in una sciarpa che ne copriva i capelli.

Si muoveva con lo stesso silenzio delle piante che stava mettendo al riparo.

In quel momento pensai che la guerra non si era appropriata solo dei corpi dei soldati caduti in battaglia, quelli, almeno, potevamo ancora contarli.

Si era presa i corpi, le anime, i pensieri delle donne rimaste a casa, dei bambini che prima giocavano in strada, dei vecchi che vedevano partire i loro figli.

Andai via tenendo gli occhi fissi sui miei piedi, chiedendo perdono per aver impugnato anche io delle maledette armi.

Dopo aver svoltato l’angolo avevo già voglia di tornare lì dentro per acquistare da lei qualunque cosa mi avesse proposto.

Si era fatto tardi, in cielo non riuscivo ancora a vedere la luna, ma forse era per via delle nuvole che la coprivano. Forse.

Mi sentivo impotente.

Avevo in mano solo i miei girasoli e non sapevo fare nulla di fronte al dolore del mondo.

Sotto casa trovai Adéla, Ada per tutti quelli del condominio. Trascinava a fatica una grossa scatola di cartone sulle scale.

«Lo dia a me, non dovrebbe fare questi sforzi» mi affrettai a dirle.

«Dio ti benedica.»

Aveva perso il figlio al fronte, quando mi vedeva non perdeva occasione per ricordarmelo.

«Era anche lui forte e giovane come te, sai» continuava a ripetermi.

Io cercavo di aiutarla ogni volta che potevo. Un vano tentativo, credo, di redimere me stesso.

2020-10-15

Aggiornamento


"Entrò. Inchiodò lo sguardo sul pavimento in cotto dei corridoi, dal posto più nascosto della sua memoria riaffiorò il ricordo di un paio di scarpe in tela consumate tra una lezione e l’altra. A volte percorreva l’intero perimetro con un libro aperto in mano, si ritrovava nell’ala opposta e doveva tornare indietro." #lepozzangherehannopauradelsole #unafotounestratto https://bookabook.it/libri/le-pozzanghere-paura-del-sole/
2020-10-13

Aggiornamento

Sono passati quasi quattro anni da quando, alla fine di una intensa settimana di lavoro, decisi di farmi bastare un panino veloce in autogrill pur di arrivare puntuale a Bergamo, bassa per la precisione. Al corso di scrittura tenuto da Rossella Monaco. Arrivai comunque in ritardo e mi sedetti nel posto che tutti avevano scartato, di fronte all'insegnante. Soggezione? No, perché Rossella sa metterti subito a tuo agio e ha una pazienza invidiabile. Di anni ne sono passati quasi due da quando invece, alle 7:43 di una domenica mattina mi infilai sul treno, diretto a Milano per la prima lezione di scrittura con Dario Honnorat. Stavolta arrivai puntuale. Per fortuna aggiungo, perché lui è uno stakanovista che non molla un attimo e se perdi mezz'ora devi già chiedere pagine di appunti a qualcuno. Sono convinto che ai corsi di scrittura non si impari a scrivere se non lo sai fare, però se hai degli insegnanti come loro, se scrivi già tanto e leggi ancora di più, sono delle palestre in cui allenarsi, affinare le tecniche e usarle con consapevolezza. Infine, sono luoghi in cui fare uscire quelle storie che esistono già e hanno solo bisogno di un grimaldello. Due delle storie contenute nel libro sono nate attorno a quei tavoli. Poi ci sono i volti dei compagni di corso, alcuni sono immagini sfocate che non vedrai più, altri invece sono ormai familiari e sei felice di averli incrociati per questo maledetto vizio che hai di scrivere. Anche la domenica.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Grazie Bookabook per averci fatto conoscere una penna tanto leggera e raffinata, capace di trasportare e accompagnare il lettore nei numerosi mondi toccati dall’animo umano… Sarà un piacere approfittare dello sconto per condividere l’opera con più amici. Sarà una sorpresa di Natale per i più cari. Complimenti alla casa editrice. Stella

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Fabio Meranto
è nato in Sicilia, attualmente vive e lavora in Lombardia, dove ha frequentato corsi di scrittura. I suoi racconti sono stati pubblicati in varie antologie, Le pozzanghere hanno paura del sole è la sua prima raccolta.
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