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Scarafaggi di vetro

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Consegna prevista Novembre 2020

Mario scrive a Virginia. Scrive di albe, rintocchi e lune piene; scrive da irato, fragile e docile davanti a caffè amari e luoghi da collezione.
Mario incontra Rachele, ma il corpo di donna che si insinua tra i suoi sogni notturni o in quelli a occhi aperti rimane lo stesso. Il profumo di tabacco secco e fragole che porta Virginia sul collo è solo suo e di giorni lontani.
Il passato diventa presente. Mario e Virginia sono scarafaggi distanti: uno pedina, l’altro si infila nel tempo futuro.
La corsa vana e la meta intangibile saranno vetro. Mille pezzi di vetro ed eterna ossessione.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per trattare il tema dell’ossessione da un punto di vista insolito, per mostrare cosa si nasconde nella mente di chi la prova. Il personaggio di Mario è venuto fuori da solo, quasi fosse lui a chiedermi di farlo entrare nel romanzo. Con le sue liste contro gli attacchi di panico, il legame inaspettato con la nonna, la mania per Virginia e quella per il numero 20 è il ritratto di uno stalker atipico a cui si rischia di affezionarsi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Uno

Era stata lei a chiederlo. Penso che l’abbia fatto per me, perché sapeva quanto mi servisse avere un ricordo materiale di lei.

Non riesco a smettere di guardare questo video.
Il mio cuore si accartoccia, lentamente, come plastica che brucia, ogni volta che premo play.

Il suo primo piano, lo zoom sulla cicatrice da varicella tra il naso e l’occhio destro, l’immagine tremolante del suo corpo che imita la mia camminata.
Un rintocco. Lei si blocca, mi guarda, l’obiettivo si avvicina al suo volto.
Due rintocchi. Ride, si mette l’indice sulle labbra.

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Tre rintocchi. Le sue gambe, il rumore dei suoi stivaletti sul brecciolino.
Quattro rintocchi. La sua bocca, il suo sorriso fresco.
Cinque rintocchi. È vicina alla telecamera, si siede sulle gambe di un uomo e a me sembra così strano che siano proprio mie, quelle gambe, perché ora mi fanno male, ora che non ho il suo corpo su di me, ora che non c’è lei a chiedermi se pesa troppo, se voglio che si alzi.
Spengo e scaravento il telecomando contro il televisore. Le batterie rimbalzano sul tappeto.
Lo guardo di nuovo, sorseggiando la mia camomilla.
Mia madre mi preparava sempre la camomilla quando ero triste, diceva che dopo mi sarei sentito meglio e io ci credevo e bevevo quel liquido caldo finché non comparivano le sbavature marroncine sul fondo.
Lei è così felice, non può sapere che le è rimasta solo un’ora per sorridere così.
Non può sapere che il sesto rintocco la allontanerà da quell’uomo silenzioso.
È tutto così nuovo, lì dentro. È tutto così pulito da farmi sentire sporco.
Strappo questo dvd dal lettore e inserisco l’unico che riesce a calmarmi.
Appare un bambino con le gambe paffutelle sul marmo. Una voce maschile lo guida. Lui muove le mani, mostra i due denti che ha messo, si tocca il ciuffo nero di capelli. Biascica qualcosa, ma la voce non risponde, lo ignora.
Arriva una donna sulla sessantina, lo prende in braccio, si siede con lui sul divano e gli accarezza il viso. Lui ride, le mette le mani sulle guance, salta sulle sue gambe velate dalle calze. La donna gli chiede di elencarle i sette nani e lui inizia a farlo.
Non funziona, stavolta.
Vado in cucina, scaglio la tazza nel lavello, sento il rumore dei cocci sull’acciaio. Apro il frigorifero, prendo una bottiglia di vino bianco, la stappo buttando via il sughero, riempio un calice e lo bevo tutto d’un sorso. Il sapore fruttato mi riempie la gola, la raffredda. Mi accascio a terra, come quel bambino. Mi appoggio al bancone della cucina, sento il tanfo dell’immondizia che non ho ancora portato fuori. Vorrei sentire l’odore delle calze, della naftalina sulla gonna. Ne ho bisogno. Mi alzo, metto qualcosa addosso, prendo la Vespa e guido verso la mia vecchia casa.

Ci metto un po’ prima di entrare. Resto a fissare la targa sbiadita con la scritta Mariani per non so quanto tempo, poi inserisco la chiave.
Salgo la scalinata di marmo, mi appoggio alla ringhiera nera e avverto la puzza di muffa che la casa ha assorbito. Prima profumava di sugo, di soffritto di cipolla e carote, di vestiti puliti stesi al sole, di candele. Su queste scale c’erano bambini che correvano, gonne troppo lunghe che vi strisciavano sopra, cellulari appoggiati sui gradini.

Mia nonna è in cucina. La stringo.
‒ Scusa se non ti ho avvisato, nonna.
‒ Non devi avvisare.
Sollevo le spalle.
‒ Ci penso io a te, tu siediti lì.
Mi indica la sedia bassa accanto alla porta di vetro che si affaccia sul cortile interno. Mi siedo e fisso il nido di rondine sotto il tubo che circonda il cortile. Vorrei entrarci dentro e sentire quel groviglio d’erba che pizzica fino a scorticarmi le guance.
‒ Hai visto il nido? – le chiedo.
‒ Sì, lo fanno sempre.
‒ Perché non dovrebbero? È un posto stupendo.
Nonna gira il sugo e si avvicina per accarezzarmi la testa.
‒ Sai che questa è casa tua ‒ dice.
‒ Sì, lo so.
Torna ai fornelli, butta la pasta.
‒ Quanti articoli hai scritto questa settimana? Non mi hai fatto leggere niente.
‒ Non ne ho scritto nessuno.
Nonna fa cadere il mestolo sul pavimento, formando una scia rossa.
‒ Come sarebbe?
‒ Eh sì, mi ha licenziato.
Raccoglie il mestolo, lo lancia nel lavandino e trascina una sedia per mettersi di fronte a me.
‒ Il tuo capo ti adorava. Che è successo?
Il modo in cui mia nonna vede la realtà che mi circonda mi fa impazzire. Mi è bastato dirle che mi aveva dato una pacca sulla spalla, una volta, dopo aver letto il mio articolo, per farle pensare che non potesse fare a meno di me. E invece poteva eccome.
‒ Pretendeva che passassi tutto il giorno con il collo piegato su una scrivania e io soffro anche di dolore cervicale.
‒ Mario.
‒ È così – alzo le spalle ‒ non faceva per me. A me piace l’odore dell’inchiostro sulla carta.
Scuote la testa. Non mi crede. Non posso dirle che ho scritto due articoli penosi dopo essermi scolato una bottiglia di vodka e li ho pubblicati facendo incazzare seriamente tutta la redazione. Sento il sugo che bolle nella padella.
˗ Ora mangia, poi ci pensiamo – dice ‒ ogni dolore a fame ritorna.
Le sorrido, vado a sedermi a tavola. Sulla tovaglia a quadretti c’è un piatto di affettati e un bicchiere già riempito con dell’acqua. Nonna scola la pasta, la unisce al sugo, vi gratta sopra del parmigiano e me la serve. Profuma di basilico.

Saranno ormai dieci anni che faccio il caffè a mia nonna e glielo porto in sala, dove sta guardando Beautiful dalla sua poltrona beige a fiori, eppure non ha mai perso la voglia di dirmi che è buonissimo e che ho imparato a farlo proprio bene.
Mi sistemo sulla mia poltrona, spingo con la schiena per far uscire il poggiapiedi e sorseggio il mio caffè. Non si può parlare durante Beautiful, a meno che io non voglia altro da mangiare.

Appena finisce, nonna spegne la televisione e mi guarda stringendo le labbra coperte dal rossetto rosa.
‒ Come sei venuto qui?
‒ Con la Vespa.

Lei scuote la testa, riposiziona un boccolo biondo nel fermaglio e stringe le mani. ‒ Ancora quella Vespa, Mario?
Annuisco, abbasso gli occhi. Lei mi accarezza i capelli e sospira.
‒ Non ce ne libereremo mai, vero?

‒ Ho paura di no, nonna.
L’immagine del mio corpo accasciato sulle scale di questa casa, in attesa di un messaggio che non sarebbe mai arrivato, e quella di mia nonna che mi lascia la tazzina di caffè sul gradino, accarezzandomi la testa e sussurrandomi che sarebbe andato tutto bene, mi scuotono, mi fanno sospirare.
‒ Eppure è sempre stata così strana.
‒ È molto intelligente.
‒ Se ti ha lasciato andare non lo è poi così tanto.
La guardo negli occhi e le prendo la mano.
‒ Non devi preoccuparti più per me, mi sto occupando della situazione.
‒ Hai conosciuto un’altra?
‒ Non intendevo quello.
‒ Che intendevi?
‒ Nulla.
‒ Mario?
‒ Stai tranquilla, davvero.
Mia nonna si irrigidisce, mi lascia la mano e va ad aprire la finestra.
‒ Chi ti vuole bene non è mai tranquillo – dice.
Posa i gomiti sul davanzale, dandomi le spalle.
‒ Lo so.

Sono in un ristorante, stropiccio una tovaglia appena stirata che sa di lavanda, tocco le posate opache in attesa di un piatto di pasta. Ho sete, tanta sete, ma il cameriere mi ignora, sembra che non riesca a sentirmi. Arriva il cibo, fa schifo. Chiedo il conto, mi alzo quando vedo due cifre sullo scontrino.

Stringo una chiave a cui è attaccato il numero venti.

Mi sveglio. Il collo mi fa male, l’ho storto sul bracciolo della poltrona. Mi gratto il mento, la barba mi solletica la gola. Questo sogno mi ha infastidito. Sentivo il vento infilarsi nelle maniche della mia felpa. Un odore simile a quello delle ringhiere arrugginite mi si era appiccicato ai palmi.
Sento la nonna russare dalla sua camera. Sarà meglio svegliarla e tornare a casa. Sono già le cinque meno venti e non voglio rischiare di sentire quei rintocchi.

La camera di mia nonna sa di acqua di colonia e lacca. Socchiudo la porta alle mie spalle e le sfioro il braccio per svegliarla.
‒ Io adesso devo andare, nonna.
‒ Già? ‒ chiede, sollevandosi e sistemandosi i capelli.

Annuisco.
‒ La prossima volta vieni in macchina, però. È vecchia, quella Vespa.
‒ Va bene, te lo prometto.
La bacio sulle guance lisce e un po’ della sua crema idratante mi unge le labbra.
Chiudo il portone e vi poso la schiena per un attimo. Tiro indietro la testa, respiro.
Prelevo un foglio piegato in quattro dalla tasca dei miei pantaloni. Lo apro, lo poso sul sedile della Vespa, prendo una sigaretta e la penna in miniatura che lascio sempre nel pacchetto e inizio a scrivere.

Se dovessi usare un solo luogo per riassumere la nostra storia, sceglierei questo. Sceglierei i ciottoli su cui slittavano le ruote della Vespa, la tenerezza con cui ascoltavi i discorsi in dialetto che si scambiavano le signore fuori dalla porta di casa, la scalinata che con te intraprendevo senza alcuno sforzo, senza che mi mancasse mai il fiato. Sceglierei la terrazza che si trova di fronte alla chiesa, dove di notte si vedono le stelle. Noi ci siamo stati di giorno. La tua pelle aveva assorbito l’odore del sole, qualche vecchietto con il cane interrompeva le nostre chiacchierate e il campanile suonava ogni quindici minuti. Poteva essere un giorno come altri, potevamo restare su quella panchina a fumare, a baciarci e a parlare di cose stupide, potevamo annoiarci, cazzo. Almeno una volta potevi farmi annoiare, no? Sapevi sempre cosa dire, rispondevi a tutte le mie domande, mi abbracciavi e mi facevi dimenticare tutto il resto. L’orologio segnava le cinque, ho chiamato il mio amico per chiedergli di uscire alle sette e tu hai riso quando gli ho detto che non serviva che si lavasse, che andava bene sporco com’era. Hai riso come non avevi mai fatto e io ho perso la testa. In quell’attimo ho saputo con certezza, per la prima volta, di essere innamorato di te.

Due

Mi tolgono tutto quello a cui tengo. Mi tolgono tutto. Non posso avere niente, io. Non posso avere ciò che voglio.
La mia bocca si riempie di saliva. Dalla gola sale un conato. Mi aggrappo all’angolo del tavolo della cucina, prendo il cellulare.

Non sta succedendo niente, sto bene.
Lo stomaco non mi fa male. Respiro col naso, gonfio il torace, trattengo il fiato.
La Cantina, il mio luogo, sta per chiudere. Me l’ha detto la cuoca, l’amica di mia nonna che dieci anni fa aveva bisogno di un lavoro e che mi ringrazia dal momento in cui ha indossato il suo grembiule bianco. Ma io non ci credo che la chiudano così, senza preavviso. Non ci credo, anche se lo dice lei che ci lavora, perché lei non sa che quel posto è anche mio.

Le strisce nere che le ruote del camion hanno lasciato sui sampietrini rendono la mia paura palpabile.
Raggiungo l’entrata a passo trascinato, guardo male il tizio con i baffi che sta staccando gli adesivi dalla porta d’ingresso e mi trascino dentro.

Hanno già portato via tutto: i tavoli graffiati, le foto in bianco e nero, le bottiglie vuote sulle mensole, le carte da gioco consumate e macchiate, i calici scheggiati, le gambe sfilacciate delle sedie.
C’è solo un forte odore di vino.

Entro nella sala principale, afferro la piccola botte impolverata che si trova sul davanzale della finestra e mi accascio a terra, sulle piastrelle arancioni. I proprietari del locale mi guardano come si guarda uno che urla per strada, uno che stringe una bottiglia con un guanto bucato. Io fingo di non vederli e loro continuano ad avvolgere gli scatoloni con il nastro isolante.

Uno di loro mi viene vicino e mi dice che devo uscire, che non posso restare qui.
Vuole cacciarmi, quest’uomo con il fiatone e lo stomaco gonfio.
Non lo sa chi sono, non sa quanti strati di me ho perso qui dentro.
Quando ho scoperto questo posto ancora mi bastavano due bicchieri di vino per ubriacarmi.
Facevo parte di un gruppo grande, riempivamo una sala intera e non facevamo mai pagare da bere alle ragazze. Ero io a raccogliere i soldi. Bastavano cinquanta centesimi a testa per veder spuntare due caraffe dalla porticina bianca forata da due cerchi di vetro.

Una volta mi sono ubriacato tanto da arrostire uno scarafaggio con l’accendino per mangiarlo al posto delle focaccine. Avrei fatto di tutto per far capire a Virginia che eravamo fatti della stessa pasta e, anche se non ero riuscito proprio a ingoiarlo, l’avevo sputato in un lembo della tovaglia di carta senza che lei se ne accorgesse.

Ora che ci penso non so come io sia riuscito a fare una cosa del genere, data la mia fissazione per il cibo e per i germi. È assurdo che io mi sia messo uno scarafaggio in bocca, mentre lo ricordo mi

sembra di riferirmi a una persona diversa, a un conoscente che adesso definirei un animale, uno che non pensa a quello che fa. Ma, in fondo, lei l’avrebbe fatto e la mia bocca è la sua bocca.
Se mi vedesse ora, con la botticella tra le ginocchia, a ignorare le parole di quest’uomo, mi definirebbe un maschio beta.

Il fatto è che qui, in ogni ruga del pavimento, ci sono le cose che ho fatto e che so di non poter più fare.
Lei non può capirlo, perché è abituata a buttare via le cose che non le servono più.
Vedo avvicinarsi Velia, la cuoca. Ha i capelli raccolti in uno chignon grigio, si pulisce le mani sul grembiule, si china e mi dà un buffetto sulla guancia.

‒ È finita – le dico.
Lei annuisce, io mi sollevo e le tocco la spalla. Il mio gesto forma una grinza sul suo maglione di lana grigia.
‒ Stanno già portando via tutto. Potevano avvisare, potevano aspettare un attimo ‒ dico, alzando il tono.
Lei mi ascolta in silenzio, mi fissa e infila le mani nelle tasche del grembiule.
Mi accovaccio a terra e accarezzo l’incisione sul battiscopa.
‒ Questa resta qui, però – affermo, osservando il risultato di una notte in cui mi sentivo invincibile: la scritta A te, sempre.
Velia si mette una mano sul petto.
‒ Dai, usciamo – dice.
‒ Riprendo la mia botte ed esco.
‒ La tua? ‒ sorride.
‒ Sì.

Il tizio con i baffi stacca l’ultimo adesivo dalla porta d’ingresso.
Il camion ha già caricato tutto. I ragazzi mangiano una pizza seduti sul muretto.
Il tizio fa tintinnare le chiavi e chiude la porta.
Faccio l’occhiolino a Velia. Ha il viso bagnato e le mani conserte.
Devo salutare un ultimo posto, prima di andare a casa a ubriacarmi.
Faccio una piccola salita e mi fermo nel vicolo qui accanto. Sotto i miei piedi scricchiolano delle foglie accartocciate. Un lampione si accende sulla mia testa, illuminando la cascata di petunie del balcone qui sopra.
Sospiro, accarezzo il muro e mi allontano con la mia piccola botte tra le braccia.
Avverto la stessa malinconia che si prova dopo un bel viaggio, quando devi preparare la valigia per tornare a casa e sei consapevole di lasciare un luogo in cui non potrai più tornare.

Devo dire a Virginia che hanno chiuso la Cantina. Merita di saperlo, amava quel posto. Era suo, in un certo senso.
Parcheggio la Vespa sotto casa sua, prendo la botte che ho retto con le caviglie per tutto il viaggio, e vado a suonare al citofono.

Non risponde.
Prendo il foglio di ieri, strappo la parte della pagina su cui non ho scritto, la poso sulla gamba e scrivo:

1. Mordimi

Domenica, dalle ventuno alle ventitré 2. Casa in costruzione
Lunedì, dalle diciotto alle venti
3. Parco abbandonato

Mercoledì, dalle venti alle ventidue
4. Benzinaio
Giovedì, dalle ventitré alle ventiquattro
5. Punto più alto del mio paese
Venerdì, dalle sedici alle diciassette
Volevo dirti una cosa importante, per questo sono venuto qui. Non pensare che ti stia controllando o seguendo, perché non è così. Sto cercando di vivere la mia vita, come mi hai chiesto di fare. Ma devo essere sincero, mi manchi, un po’, un po’ tanto, come al solito. Per questo ti ho scritto questa lista, in modo che tu possa trovarmi, nel caso ti mancassi un po’ tanto anch’io.

Ti aspetto, Sempre.

12 febbraio 2020

Aggiornamento

Il mio romanzo è nato da un corso sul genere giallo di Alessio Romano durante il mio biennio alla Holden. Mario inizialmente era un netturbino, uccideva 20 persone diverse in 20 modi diversi e il libro si chiamava 20. Poi ho deciso di avvicinarlo al mio mondo, di fargli abitare i miei luoghi, di esplorare con lui un tema che mi stava davvero a cuore e che consideravo più urgente.
Questa foto è tratta dalla scena finale del film American Beauty e mi ha ispirato. L'ho sempre trovata un'immagine poetica, bella, ricca di significato. Magari è un caso che Mario dovesse fare il netturbino ed è un caso anche che nell'attimo catturato qui la busta sia a forma di cuore. O magari no, perché il mio thriller psicologico è segnato da intere righe di romanticismo.
11 febbraio 2020

Aggiornamento

L'articolo su Claudia Polsinelli su Sora24.it:
https://www.sora24.it/claudia-polsinelli-e-il-suo-grande-sogno-125654.html Claudia Polsinelli e il suo grande sogno Claudia Polsinelli ha 27 anni, è nata a Sora ma si è trasferita a Firenze per lavorare nell’ufficio stampa della Fondazione Toscana Spettacolo. Ha vissuto a Roma per tre anni, dove ha frequentato la triennale in Lettere moderne all’Università di Roma La Sapienza e ha lavorato come articolista per un giornale online. Si è trasferita a Torino per seguire il suo più grande sogno: diventare una scrittrice. Ha preso il diploma di Storytelling and Performing Arts della Scuola Holden, dove ha passato due anni, e da cui è uscita terminando il suo romanzo, che prima si intitolava “20” e ora si chiama “Scarafaggi di vetro”, sotto consiglio della casa editrice.
Si chiamava 20 perché sono 20 le pagine che Mario dedica a Virginia e 20 i capitoli in cui cerca di vivere il presente senza riuscirci. 20 è anche il numero che si insinua nei suoi sogni sotto molteplici aspetti e che lo ossessiona. Ora il titolo del romanzo è Scarafaggi di vetro e la casa editrice bookabook l’ha scelto per intraprendere una campagna di crowdfunding volta a raggiungere 200 pre-ordini. Se riuscirà, il romanzo sarà pubblicato su carta. Per questo, ogni vostro gesto è importante per raggiungere l’obiettivo.
Sarà anche grazie a voi e al bacino dei lettori che creerete se il thriller psicologico Scarafaggi di vetro arriverà sugli scaffali delle librerie. Bookabook è una casa editrice innovativa, che pubblica libri insieme ai lettori a partire dal crowdfunding e ha scelto di intraprendere una campagna di cui voi siete voi gli ambasciatori. Come? Preordinando le copie, condividendo sui social i post della campagna e/o lasciando una recensione sul sito a lei dedicato. L’idea alla base di una campagna di crowdfunding è quella di creare una comunità attorno a un libro ancor prima che sia fisicamente nelle mani del lettori.
Mario conserva tutto, anche i ricordi incastrati in alcuni luoghi che lui considera suoi. I luoghi che colleziona sono i luoghi di Claudia ma anche i nostri, perché sono posti che si trovano a Sora, Isola del liri, Pescosolido e anche a Roma. Claudia ha scritto questo romanzo per trattare il tema dell’ossessione da un punto di vista insolito, per mostrare cosa si nasconde nella mente di chi la prova. Il personaggio di Mario, con le sue liste contro gli attacchi di panico, il legame inaspettato con la nonna, la mania per Virginia e quella per il numero 20, è il ritratto di uno stalker atipico a cui si rischia di affezionarsi.
Seguendo questo link: https://bookabook.it/libri/scarafaggi-di-vetro/ potrete partecipare alla campagna e trasformare la vostra voce in eco.
10 febbraio 2020

Aggiornamento

"Ti voglio quando ti torturi le dita, ti strappi le pellicine e ti lamenti se sanguinano, ti voglio quando hai freddo e vuoi tornare a casa, quando parli troppo di cose che interessano solo a te e che solo tu puoi capire. Ti voglio quando lasci tutte le luci accese e poi ti arrabbi se prendo l’ascensore per fare solo un piano. Ti voglio quando piove e non hai l’ombrello e guardi male tutti quelli che ce l’hanno. Ti voglio quando non dormi se non sei al buio totale e se non c’è il massimo silenzio e poi ti addormenti in macchina con la radio accesa. Voglio te con lo smalto rovinato e la mia felpa arancione che ti va grande, con le tue otto ore di sonno, con il tuo bicchiere d’acqua prima di dormire, prima di uscire, prima di fumare. Voglio anche la tua inaffidabilità. Voglio te, cazzo. Te. Ma tu chissà dove sei ora, chissà con chi, chissà se ti sarà mai venuto in mente che c’è un pazzo che ti ama ogni giorno." Un estratto di una delle 20 pagine di 20 righe che Mario dedica a Virginia.
10 febbraio 2020

Aggiornamento

*SOLO 2 PERSONE SU 20 SANNO RISPONDERE* Indovinello: Una coppia, lo stesso giorno di ogni anno, cena nello stesso ristorante per festeggiare l'anniversario di matrimonio. Ogni volta, lui scatta una foto al momento del dolce che ritrae il tavolo, la candela e il dessert intatto. Dopo vent'anni, la coppia guarda tutte le venti foto e si accorge che un dettaglio presente sul tavolo è cambiato notevolmente. Quale? Scopri se sei tra queste.
10 febbraio 2020

Aggiornamento

"Mia nonna non ha l’orologio. Ascolta quei rintocchi con le labbra dischiuse e gli occhi vigili, usa le dita per contarli e decide se è il momento di preparare il sugo o di recitare il rosario. A lei serve quel campanile. Più di quanto serva a me." Il legame tenero e profondo che ha Mario con sua nonna, riassunto qui in poche righe, lo rende ancora più vero e vulnerabile.
08 febbraio 2020

Aggiornamento

"Bastavano cinquanta centesimi a testa per veder spuntare due caraffe dalla porticina bianca bucata da due cerchi di vetro.
Una volta mi sono ubriacato tanto da arrostire uno scarafaggio con l’accendino per mangiarlo al posto delle focaccine."
La Cantina Bukowski è esistita davvero e, quando ho scritto questo romanzo, non avrei mai pensato che potesse chiudere sul serio. Non sapevo neanche che il suo numero civico fosse proprio il 20. Coincidenza o destino?
08 febbraio 2020

Aggiornamento

"Mordimi non è un invito, ma un piccolo locale caratterizzato da un forte odore di pane, pomodori secchi e salsicce alla piastra. Un quadrato di tela su cui si rovesciano schizzi di vite diverse. Spesso si fa fatica a distinguere una linea dall'altra e non tutti i disegni hanno una forma precisa ma, visto da lontano, il ritratto sembra perfetto."
Un luogo da collezione per Mario, protagonista del romanzo Scarafaggi di vetro , che si rivelerà fondamentale per il suo presente perché "la serata a Mordimi si sa come inizia, ma mai come finisce".
08 febbraio 2020

Aggiornamento

"Roma è la vita che fai mentre ti lamenti di non poter fare qualcosa."
Roma è il luogo in cui è ambientato Scarafaggi di vetro. Mario si muove e attraversa la città: il baretto, piazza Bologna, il Colosseo e Trastevere. C'è tutto, manchi solo tu. Entra nei luoghi da collezione di Mario.
08 febbraio 2020

Aggiornamento

"Una scia arancione sovrasta le montagne blu, scivola sui tetti delle case e riscalda le lingue grigie dei sentieri. La Chiesa alla mia destra è annerita dallo smog e dal tempo, la campana è sporca e arrugginita. L’erba del prato è verde, ma il palco non c’è più. La panchina è sempre la stessa, solo più fredda." Un luogo da collezione: il punto più alto del paese d'origine di Mario. Cosa ci fa lì? Arriverà chi sta aspettando?
08 febbraio 2020

Aggiornamento

"Il mio ricordo riusciva ad arredare questa casa, a renderla viva, a riempire di carne il suo scheletro. E ora la realtà le ha strappato anche la pelle, mostrando la sua fragilità, la friabilità delle mura e il fetore intriso nel suo ambiente." La casa in costruzione è il luogo più importante del romanzo, Mario lo colleziona per un motivo specifico.

Commenti

  1. L’ho iniziato ieri e non riuscivo più a smettere. Il personaggio di Mario ti entra dentro, non riesci più a mandarlo via, è una presenza forte e fragile nello stesso tempo, romantico e imprevedibile, folle e abitudinario. Le pagine di 20 righe fanno intravedere una storia d’amore sofferta, a piccoli sorsi, incompleta e meravigliosa, coperta di mistero come Virginia, questa donna irraggiungibile che ossessiona il protagonista. Ben delineato anche il personaggio di Rachele, donna indipendente e reale che si oppone all’immagine evanescente di Virginia. I luoghi sono così ben descritti che sembra di entrarci dentro. La scrittura è polisensoriale, si sente l’odore delle ringhiere arrugginite e persino del freddo. Il finale è un vero colpo di scena! Ho adorato la nonna, personaggio rassicurante e popolare. Con i suoi modi di dire e le sue premure l’ho trovata incantevole. Consiglio la lettura di questo thriller a tratti romantico, a tratti malinconico e misterioso, assolutamente divertente e coinvolgente.

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Claudia Polsinelli
Ho 27 anni e attualmente vivo a Firenze. Non credo che il mondo si limiti a ciò che vedo. Per questo, appena posso, parto. Ho vinto una sfida importante grazie a una valigia. Ho iniziato a scrivere a sei anni e, crescendo, la scrittura è rimasta il mio punto fermo. Le serie tv, invece, sono la mia ossessione.
Ho frequentato la triennale in Lettere moderne all'Università di Roma La Sapienza e ho lavorato come copywriter in un'agenzia pubblicitaria.
Mi sono trasferita a Torino per seguire il mio più grande sogno: diventare una scrittrice. Ho preso il diploma di Storytelling and Performing Arts della Scuola Holden. Ora sono al secondo anno della magistrale in Filologia e critica dell’Università di Siena e lavoro nella Fondazione Toscana Spettacolo.
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