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Sempre Attorno alla Luce

Sempre Attorno alla Luce
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Consegna prevista Ottobre 2021
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Autunno 1985. A Boston viene rinvenuto il cadavere di un uomo dentro una teca di vetro. Il Tenente Marr e l’Agente Ewson capiscono che non sarà un’indagine come le altre. Quando Marr scompare e nella vicina Rose Harbor viene trovato un ragazzino mutilato, anch’esso in una bara di cristallo, Ewson dovrà risolvere i due casi da solo.
O così credeva.
Lo affiancheranno nelle indagini i The Knockdowns, gruppo rock formato da bizzarri quindicenni, e una misteriosa nuova partner, Marisa Walker.
Ma niente è come sembra.
Lo schema conduce verso forze sconosciute, e presto lascerà spazio ad una lotta titanica tra luce e oscurità. Una lotta che vive dentro i personaggi travolti dalle incredibili vicende che seguiranno.
Un viaggio verso l’età adulta, ma anche un ritorno alle origini, che trascinerà i protagonisti in un’avventura senza inizio e senza fine, nella consapevolezza che tutto esiste, se possiamo immaginarlo.

Perché ho scritto questo libro?

Inizialmente per uscire dallo schema del racconto. La storia voleva dire qualcosa di più ed in essa si sono fusi personaggi, luoghi e vicende che mi hanno travolto.
Il libro ha scritto me. Ci sono stati giorni in cui non riuscivo a smettere di scrivere. E’ urgenza espressiva: doveva venire fuori ed io dovevo raccontare.
Ora vorrei che fosse letto, per dare un pezzo del mio mondo a qualcuno che lo colorerà con la propria immaginazione e lo farà, spero, diventare suo.

 ANTEPRIMA NON EDITATA

 

CAPITOLO PRIMO

Now does every heartbeat

Burn white heat in your blood

I hope it doesn’t matter

I hope we swim up out of this flood

Of formaldehyde

Formaldehyde – Editors

I

“Formaldeide, e che cazzo sarebbe?”.

La penna del Tenente Marr si agitava tra l’indice e il pollice come animata da vita propria, un’illusione ottica, un giochetto che suo padre gli aveva insegnato da piccolo e che riproponeva sempre quando era nervoso, una sorta di antistress naturale. Muoveva le due dita simultaneamente in alto e in basso, tenendo delicatamente la penna in mano, cosicché le piccole sollecitazioni facevano sembrare l’oggetto non più rigido, ma flessibile.

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‘Come gelatina’, pensò il Tenente, che non riuscì a trattenere un sorrisetto idiota. Subito dopo pensò nuovamente alla misteriosa sostanza – non ricordava di preciso il nome – la cui esistenza balenava solo oggi nell’ambito delle sue conoscenze scientifiche, e le cui caratteristiche gli venivano diligentemente esposte al telefono.

L’Agente Ewson fissava il proprio superiore mentre conversava via filo con la Scientifica e non poté nascondere un’ombra di disappunto. Ewson era tutt’altro che un collaboratore normale, del tutto diverso dagli “zelanti automi”, come li chiamava il Tenente, che popolavano il Distretto A-1 di Boston. Gli piaceva Ewson. Faceva domande, metteva spesso in discussione i propri superiori ed aveva un rapporto speciale proprio con Marr, al quale non mancava di far notare, quando proprio non ne poteva fare a meno, i suoi limiti e le rispettive divergenze di vedute.

Forse per questo era ancora Agente, mentre tutti gli ex compagni di corso erano ormai almeno Detective, ma a lui non importava molto. Era nella Squadra Omicidi, il sogno della sua vita, nel cuore pulsante della città più grande di tutto il New England. E questo gli bastava.

Ewson notò un lampo di stizza negli occhi del Tenente, che lo fulminarono, poco prima di veder sbattere con rabbia la cornetta, imperlata di sudore, sul povero apparecchio già malandato dell’ufficio di Marr.

“Brutta faccenda”, iniziò a ripetere il Tenente.

“Brutta faccenda. Brutta Faccenda”.

L’Agente sentì pronunciare quelle due parole più e più volte, in una sorta di litania convulsa. ‘Una specie di mantra’, pensò Ewson, ‘di quelli speciali’. I mantra riservati a chi possedeva un vocabolario non troppo fornito. Ai tipi come la maggior parte dei poliziotti che prestavano servizio con lui.

Il Tenente era un buon investigatore, lo sapeva, ma non aveva le qualità che Ewson riteneva importanti, quel guizzo che vedeva invece in altri suoi bravi colleghi destinati anche loro a marcire dietro anonime scrivanie. Ed uno di quelli era proprio lui. John Ewson. Marr però era pluridecorato, ex Forze Speciali, un militare vero e proprio, un mastino che si atteneva agli ordini e guardava con circospezione qualsiasi cosa stonasse con la visione del proprio universo.

Non aveva immaginazione, dote che Ewson invece possedeva e in abbondanza. Non che l’avesse portato molto lontano finora.

“Dobbiamo andare, ragazzo! Hanno trovato un tizio nel Boston Common e sembra proprio che oggi non ci fermeremo da Freddie al chiosco di hot dog per fare colazione, a meno che tu non voglia dar da mangiare ai piccioni una volta che ti sarai goduto lo spettacolo, non so se mi spiego”.

Ewson rispose al Tenente che aveva capito benissimo e fu subito incuriosito da quanto aveva potuto sentire durante la telefonata di poco prima.

“Formaldeide, hanno detto?”, chiese l’Agente a Marr.

“Ah, lo sapevo!”, rispose il Tenente. “Sapevo che era pane per i tuoi denti, caro il mio secchione”.

Ewson incassò i complimenti e rifletté nuovamente sul vocabolario del Tenente, per poi tornare all’argomento principale.

“Ehm, certo Tenente che lo so, che domande”.

“Sembra che sia una cosa che usano per conciare per benino quelle volpi impagliate”, continuò con noncuranza Marr, “roba che fa impazzire tanto quelli come te che si abbonano al Museo della Scienza anziché correre dietro a qualche reginetta del ballo”.

Ewson trasalì, ma subito dopo riacquistò la propria concentrazione e si mise ad osservare il faccione da bulldog del loquace Tenente.

“Hanno trovato questo povero disgraziato immerso in quella sostanza. Come acciughe in un vasetto. Solo che il vasetto è lungo come una vasca da bagno e il tipo ha un berretto dei Patriots. Il tutto è apparso magicamente stanotte tra la Park Street Church ed il Boston Common”.

Marr si accese una sigaretta mentre uscivano dal Dipartimento.

È stato uno di quei fessi ambientalisti che salgono sugli alberi per non farli abbattere a dare l’allarme”.

“Dunque, Tenente”, disse Ewson chiudendo la portiera del passeggero, “hanno trovato un maschio bianco, corporatura media, evidentemente amante del football, dentro una teca di vetro spesso dieci centimetri, interamente immerso nella formaldeide?”.

“Esatto, novellino! Ma lo Zio Sam non ti paga lo stipendio per ripetermi le cose che ti ho appena detto, a meno che non mi stia venendo quella forma di demenza senile che oggi colpisce anche chi come me ha ancora tutti i suoi fottuti capelli rossi da Irlandese in testa, ragazzo mio”.

Il Tenente fece una pausa e poi riprese.

“Hai qualche idea? Qualcuna da studente mancato del MIT e non roba da lettore di fumetti, mi raccomando.”

L’Agente – che non aspettava altro – espose a Marr le sue più fervide teorie nel tragitto attraverso il cuore della città, che per fortuna del Tenente era molto breve, ma alla fine dovette concludere che quel macabro ritrovamento non aveva il minimo senso.

Gli alberi del parco stavano assumendo il loro tenue colore pastello che dal verde ingialliva verso il rosso-arancio che avrebbe presto dipinto le fronde mosse dal vento per la fine della Indian Summer, e che costituiva una delle attrattive del New England, una di quelle che anche Ewson adorava. Si ricordava di quando da bambino in Vermont sua madre Elaine lo prendeva in braccio e gli faceva cogliere le foglie di acero e di quercia, delle gite sui laghi del New Hampshire e della pace che assaporava quando vedeva papà Tom addormentarsi con la canna da pesca in mano e una bottiglia di Miller vuota accanto alla sedia a sdraio. Era felice allora. Tutto è meraviglioso quando si è bambini, soprattutto se si vive un’infanzia felice, non una fatta di soprusi e violenze o di rinunce e privazioni. E tanto il sapore della fanciullezza è stato dolce e inebriante, quanto la via della maturità apparirà come un inesorabile declino.

Soprattutto da quando mamma e papà… ‘Basta’, pensò Ewson, asciugandosi gli occhi, colti da un’insolita allergia per quel periodo dell’anno. Gli alberi avevano ancora il colore verde a farla da padrone e davanti a lui, quando tornò alla realtà, c’era il più grande barattolo di sardine che avesse mai visto, con all’interno il signor Tim Allerton.

II

Quell’autunno del 1985 fu davvero memorabile per l’Agente Ewson, o se non altro strano, per non dire assurdo. In quel momento il giovane si limitava ad osservare incredulo il cadavere immerso in un liquido opaco e blindato all’interno di un materiale vitreo, durissimo e molto spesso. Una bara di vetro senza aperture e senza scampo.

Tim Allerton era nato nel 1950 ad Albany, aveva una moglie ed una figlia e viveva non lontano da Boston, nel sobborgo di Cambridge.

Faceva il professore alla Berkeley School of Music.

“Era stato assunto da poco” esclamò Marr, “sparisce tre giorni e poi ritorna come un veliero in bottiglia”. Si rabbuiò. “La moglie lo dovrà identificare. Avevano una figlia di due anni. Che roba”.

Ewson notò che la teca di vetro non aveva aperture, né coperchio, né segni di congiunzione tra le varie parti. Era un blocco unico che sembrava essersi formato attorno al corpo di Allerton, così dal nulla, con al suo interno quel liquido viscoso, che sembrava proprio la formaldeide utilizzata dagli imbalsamatori per conservare le spoglie delle loro creazioni.

“Voglio vedere quelli della Scientifica”, continuò il Tenente, “dovranno aprire quest’affare e cercare di non mandare tutto in malora. Secondo il dottor Bryant sembra che il poveretto non fosse ancora morto al momento dell’immersione”.

“L’espressione”.

“Eh?”

“L’espressione, Tenente, sembra che il Sig. Allerton sia deceduto tra atroci sofferenze. Quasi che sia morto di paura. Guardi la bocca, gli occhi iniettati di sangue e le ferite”.

“Esatto Sherlock”, un’ombra di sorriso apparve sul volto di Marr, “Uno già cadavere non sanguina così e di sicuro non strilla perché l’acqua è fredda, oppure perché lo aprono in due per togliergli le budella”.

Ewson annuì. Il corpo di Tim Allerton presentava una profonda incisione al centro della zona lombare, ed il ventre era stato interamente privato degli organi interni, con le due estremità del taglio aperte a libro. All’Agente ricordarono un macabro sipario, oppure somigliavano alle orrende tende di broccato della Zia Lucy? Non se lo ricordava, ma il sipario per Allerton non era certo aperto, era ormai definitivamente calato.

Calato su tutta la sua esistenza ed in parte su quella della moglie, che avrebbe dovuto raccogliere i pezzi della propria vita per la loro bambina. Ewson fu colto da un brivido.

La bara di vetro fu portata via e i due poliziotti si guardarono un attimo imbarazzati, per poi osservare entrambi il curioso trasporto funebre, con la teca che veniva adagiata nel furgone blu della Divisione Forense, con all’interno il corpo di Allerton. Non avrebbe più visto la luce del sole. Una foglia d’acero volò via, fece due rotazioni e si fermò sulla scarpa destra dell’Agente, il quale notò che tutto intorno vi erano solo alberi di quercia.

Gli aceri vicino Killington. Era la prima immagine che ricordava, la prima sensazione. Il vento che soffiava dolce sul viso in una fresca mattina e migliaia di imponenti alberi del colore del sole che costeggiavano un ampio lago. Il ricordo più bello ed anche il più doloroso. Sua madre Elaine non era stata più la stessa dal quel giorno, quando l’infanzia finì ed iniziò l’adolescenza. C’era sempre stato un velo di tristezza da quella volta nei suoi occhi. No, non poteva essere rancore, non l’avrebbe mai incolpato di quello che era successo. Era stata una fatalità, uno sporco gioco del destino, e lui allora era poco più di un bambino ed aveva avuto paura.

Il Vermont. Il laghetto delle trote. Quello sguardo, lo stesso di papà Tom quando era affondato in quell’acqua densa. O era formaldeide? Ewson non lo sapeva. Fece uno scatto come per afferrare qualcosa, ma poi si ricordò che era a Boston, Massachusetts, dove si muore per un colpo di pistola, non annegati in un laghetto, e neppure dentro una teca di vetro.

III

Dall’esame autoptico di Timothy John Allerton, nato ad Albany il 19 Giugno 1950, sposato con Nora Dean Allerton, figlia Eveline Allerton, 30 Settembre 1985.

“Dall’ispezione del cadavere, una volta rimosso dalla teca di vetro e dal liquido in cui si trovava, è possibile identificare il corpo come quello di un maschio bianco, di circa 35 anni, alto un metro e settantotto, capelli castani, occhi verdi.

Il soggetto si presume deceduto da oltre ventiquattro ore, seppure lo stato di conservazione all’interno della formaldeide possa compromettere la corretta valutazione dell’ora della morte.

All’esito dell’esame autoptico, come può rilevarsi anche dalla riproduzione fotografica in atti, il soggetto è stato privato integralmente degli organi della zona lombare, in particolare dell’intestino, dei reni, di parte dello stomaco, del fegato, della milza e della cistifellea, tramite completa eviscerazione.

Gli organi risultano asportati chirurgicamente e le ferite sono interamente cicatrizzate. La zona muscolare ed epiteliale risulta aperta a metà dell’addome, onde consentire probabilmente la rimozione suddetta. Tale apertura, a differenza del taglio degli organi, non veniva causata da uno strumento di tipo chirurgico.

Le ultime quattro costole risultano asportate, probabilmente per facilitare la rimozione degli organi interni. Il cadavere era privo di indumenti, eccezion fatta per un copricapo. La testa e la cavità cranica non presentano alterazioni interne.

Il soggetto riporta numerose ferite da taglio con abbondante traccia di sanguinamento, mentre lo speco vertebrale è intatto.

Da quanto esaminato può evincersi con quasi totale certezza che il soggetto era ancora vivo quando è stato disposto nella teca, e non solo dallo stato delle ferite ma anche dall’estrema vasodilatazione degli occhi e dal viso, che presenta una forte alterazione. Tale circostanza suggerisce che l’asportazione degli organi sia avvenuta in un lasso di tempo estremamente breve e che il soggetto non abbia mai perso conoscenza.

Merita particolare menzione nel presente esame lo stato del liquido vegetativo e della teca che lo conteneva. Il primo all’esame chimico è risultato essere a base di aldeide formica, ma in una concentrazione relativamente bassa, talché non avrebbe potuto provocare l’irritazione oculare rilevata. La teca è stata aperta, con insolita difficoltà, tramite Waterjet, strumento utilizzato frequentemente sui vetri blindati.

La teca non riportava al suo esterno alcun segno di congiunzione, e da ciò si rileva come il blocco sia stato creato come un unico corpo. Tale circostanza è incompatibile con l’inserimento al suo interno del liquido e soprattutto con la tempistica del decesso come desumibile dal presente esame autoptico, secondo cui la morte è sopraggiunta posteriormente all’inserimento nella soluzione.

Dalla copiosa quantità d’acqua nei polmoni è evidente come il soggetto respirasse ancora dentro la teca sopra citata. Anche se tale conclusione potrebbe sembrare a prima vista improbabile, non vi è dubbio che il decesso sia avvenuto per annegamento”.

2021-01-14

Aggiornamento

Grazie per la splendida partenza! Dopo sole 20 ore dall'avvio della campagna #sempreattornoallaluce su @bookabook_it al link https://bookabook.it/libri/sempre-attorno-alla-luce/ ha già superato il 25% dell'obiettivo! Che bello! Non ho parole per ringraziarvi! La mia gratitudine è immensa! Ancora la strada è lunga ma se continuiamo così l'obiettivo si avvicinerà sempre di più! Per chi ancora non l'ha fatto cliccate sul link e preordinate la vs copia e mi raccomando: condividete! Una volta che avrete letto il libro potrete lasciare le vs recensioni sul sito! Io continuerò a postare contenuti diversi per farvi entrare sempre di più dentro il mondo dei The Knockdowns e delle loro avventure!!

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Filippo Pasqualetti
Nasce a Empoli nel 1985 e sin da bambino inizia a sondare le sue due passioni, la scrittura e la musica. Comincia presto a scrivere i suoi primi racconti, sperimentando successivamente altre forme espressive, come la poesia e la scrittura di canzoni.
Si laurea con lode in giurisprudenza nel 2008 ed inizia nel 2012 la professione di avvocato, continuando a portare avanti le sue passioni. Vive e lavora nella provincia di Firenze, assieme alla moglie Alice ed al loro cane, la beagle Agatha. Nel 2020 scrive il suo primo romanzo.
Non amando la rigida divisione in generi, predilige gli scrittori eclettici. Spazia nelle sue opere da un linguaggio narrativo riferibile al giallo-thriller, per passare da tinte horror-pulp a visioni oniriche tipiche del fantasy e dello sci-fi, il tutto tenuto assieme dal concetto di “viaggio”, soprattutto interiore.
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