ANTEPRIMA NON EDITATA
I
Erano pressappoco le tre. Ogni cosa sembrava essersi addormentata per sfuggire alla pesantezza dell’aria che, per l’elevato grado di umidità, appariva densa, quasi palpabile. Edio, anche se riparato dall’ombra della mia spaziosa veranda, soffrivo il caldo di quel pomeriggio di fine giugno.
Nella mano sinistra tenevo stretta una vecchia edizione de I Racconti di Pietroburgo di Nikolaj Gogol’; la destra intervallava allo scorrere delle pagine – era necessario inumidire la punta del medio con la lingua – il compito di afferrare una bottiglia di birra con cui cercavo di placare la sete costante.
Diffusi nell’ambiente si espandevano, in una sorta di amalgama compatto, il jazz spontaneo e solista di Keith Jarret, l’incessante canto polifonico d’invisibili cicale e il lento e regolare tac-tac di un metronomo – di quelli meccanici, in legno e ottone, con l’asta graduata e il peso oscillante – che avevo attivato per verificarne il funzionamento e lasciato in movimento quasi a voler scandire il ritmo di quei momenti interminabili, appartenenti a un universo in cui tutte le dimensioni sembravano collassare in un unico elemento infinito.
Mentre rileggevo le ultime righe de La prospettiva di Nevskij, la prima delle cinque novelle costituenti I Racconti di Pietroburgo, il telefono iniziò a suonare.
Pur non avendo voglia di rispondere, la penetrante insistenza della suoneria mi costrinse ad alzarmi dalla mia postazione. Posai il libro aperto e capovolto sul tavolo, in modo da mantenere il segno della lettura, e trattenendo a labbra strette un “arrivo!” rientrai in casa; ma non appena sollevai il braccio del giradischi per mettere in pausa la Parte II Bdel Concerto di Colonia, l’album di Jarret, gli squilli cessarono. In preda all’inerzia del gesto, avvicinai comunque il ricevitore all’orecchio, per udire solo il chiaro e pulsante segnale della linea libera. Dopo aver sbrogliato qualche informe nodo del filo, riattaccai.
Rimasi immobile, a fissare per ancora qualche istante quel grigio modello anni settantache riportava stampigliata, sul sorpassato disco di composizione dei numeri, la sigla dell’allora unica compagnia telefonica italiana. Il telefono rimase in silenzio, meditabondo.
L’esecuzione dell’LP riprese con un leggero crepitio non appena sfiorai il comando per far scendere la puntina sul disco, riportando nell’aria l’esasperato monologo di pianoforte del musicista statunitense.
Invadente, il calore trasformava ogni gesto in una fatica spossante, lasciando in bocca un’eccessiva sensazione di pastosità, come quella di un morso dato a un cachi non ancora maturo. Scattai in cucina, aprii il frigo e tirai fuori una nuova birra. Era una chiara italiana, sui cinque gradi, la mia marca preferita: un’avida sorsata mi fece ansimare non appena staccai le labbra dall’imboccatura.
Vicino a uno dei fornelli a gas mi saltò all’occhio una scatola di fiammiferi. Senza un motivo preciso ne accesi uno e lo lasciai ardere fino a che la fiamma mi lambì le dita, per poi spegnerla con un soffio. Ne presi un secondo e ripetei lo stupido gioco. L’odore intenso dello zolfo mi solleticò le narici e le piccole evoluzioni della fiamma sembravano suggerirmi qualcosa che non comprendevo. Ancora un terzo ed un quarto fiammifero. Mi sovvenne l’incipit di una canzone dei Pearl Jam, le cui parole facevano all’incirca così: “Ho acceso un fiammifero stamattina per non sentire la solitudine”. Sorrisi.
Bottiglia alla mano, decisi di ritornare ad accomodarmi all’ombra del mio porticato. Per un tempo che non calcolai, rimasi a osservare la chiarezza con cui si potevano distinguere i particolari delle colline circostanti: zone d’un verde intenso ed altre brulle, poche case sparse, qualche rudere in tufo, strade deserte, il riflesso metallico di un ripetitore di telefonia mobile. In secondo piano, un po’ più sfumati, intuivo i contorni di tre generatori eolici: non sapevo spiegarmelo, ma riuscivano a esercitare nella mia fantasia un certo fascino inquietante. Li immaginavo essere il frutto di una civiltà diversa dalla nostra, dalla tecnologia avanzata e mistica, dai segreti millenari: giganti che si muovevano di vita propria, calati nel sussurro tagliente del vento.
L’impianto hi-fi aveva intanto già portato a termine l’esecuzione della quarta e ultima parte dell’album, mentre il metronomo scandiva ancora il tempo di una musica inesistente.Appoggiai le mani alla sedia e mi ci abbandonai di peso. Ogni attimo scorreva lento, stanco;l’estate, invece, con la sua vita e la sua luce, esplodeva intorno a me, costantemente.
Alzai la bottiglia di birra, proponendo una sorta di brindisi al cielo e ne vuotai il contenuto quasi malvolentieri, essendosi già un po’ riscaldata. Ripresi quindi in mano l’opera di Gogol’, desideroso di iniziare il racconto successivo, il naso, ma già dalle prime righe, che i miei occhi interpretarono come strisce sfocate, realizzai di essere piuttosto assonnato. Mansueto, mi affidai senza oppormi a quel soporifero richiamo.
Un profumo intenso di fiori m’inondò i polmoni di una dolce fragranza che sembrava combinarsi con l’essenza stessa della mia anima, intenerendola. Pervaso da una sensazione tanto piacevole, mi sdraiai sul soffice manto erboso ancora fresco di rugiada e guardai dritto negli occhi (per così dire), una grossa cavalletta rossastra abbarbicata a un sottile stelo di una pianta.
«Anche tu a goderti questa pace, eh?», mi ritrovai a chiedere a quell’insetto che, dondolando sul suo precario appiglio, dava l’impressione di voler annuire.
Nel cielo cristallino, si stagliava una nuvola incredibilmente simile a un solido portellone di un compartimento stagno. Convinto da un’illogica coerenza, mi allungai nel gesto di volerlo aprire; ma non appena ne roteai l’immaginaria maniglia, tutto iniziò a perdere consistenza, trascinandomi in un buio denso e nauseabondo, dominato da unorripilante e continuo borborigmo proveniente dalle viscere di una creatura dall’anatomia mai studiata. Per quanto assurda, quella situazione raccapricciante mi appariva consueta, come una deformità cui, col tempo, stancamente ci si abitua o ci si rassegna.
L’energica suoneria del mio telefono mi fece ridestare di soprassalto, ma ci vollero diversi istanti per riprendere contatto con la realtà. Era come se dei piccoli omini, all’interno del mio corpo, fossero stati impegnati a premere un pulsante o a spostare un comando per riattivare tutte le zone della mia coscienza, proprio come sarebbe potuto accadere in una puntata di Siamo fatti così, una serie a cartoni animati degli anni ’80 che adoravo.
Facendo forza sui braccioli, spiccai un balzo in avanti (manovra che provocò il capitombolo della sedia, l’urto accidentale del tavolo e la conseguente caduta sul pavimento del libro e delle bottiglie vuote), per proseguire in una corsa maldestra dentro casa per afferrare il ricevitore: un lieve rumore di fondo, poi la linea cadde.
Sbattei letteralmente la cornetta sulla base e, seccato, ritornai fuori zoppicando. Rimisi in piedi la sedia, raccolsi le bottiglie per fortuna integre, e il libro. Purtroppo, non appena lo sollevai, una pagina si staccò volteggiando fino a terra come una foglia morta, comunicandomi un senso di sconforto: era l’ultima del racconto che avevo finito di leggere proprio quel pomeriggio. Controllai la sua numerazione e la reinserii al posto giusto, cercando di accomodare alla bene in meglio l’assetto un po’ sfalsato delle pagine.
Anche quella sera, decine di sinfonici grilli diedero il cambio alle diurne cicale. Ementre le luci del mio giardino si accendevano automaticamente, mi venne naturale rileggere la conclusione della pagina che avevo appena risistemato.
Tre anni fa mia moglie è morta. Eravamo sposati da circa due anni e il periodoprecedente, ovvero da quando ci eravamo conosciuti fino al matrimonio, era durato poco più di una singola stagione. A conti fatti, il tempo passato senza di lei risultava già superiore a quello che avevamo trascorso insieme.
Guardavo il suo corpo attraversato da ormai inutili tubi, pompe e deflussori. Io ero lì, nel momento in cui ogni segnale vitale si era appiattito in un suono continuo, acuto e penetrante che avrebbe definito per sempre l’istante preciso del decesso.
Un via vai d’infermieri, di ordini strillati, di medici intenti nelle ultime pratiche di rianimazione: di nuovo un unico sibilo elettronico, lungo, lunghissimo. Poi il silenzio.
Da trentaquattro a trentacinque. Assurdo, ma in quel momento non riuscivo a pensare ad altro: trentaquattro, trentacinque. La mia mente si era bloccata su quelle cifre. Di tutto quello che la sua morte avrebbe significato, delle conseguenze, del dolore, io, ai piedi di quel freddo letto d’ospedale, non riuscivo a pensare a nient’altro che a quei maledetti numeri.
Un infermiere afferrò le mie spalle spostandomi con un gesto secco, ma non violento. Mi guardava fisso, con una luce negli occhi che m’incoraggiava a piangere, se avessi voluto.
«Trentaquattro», sussurrai dal fondo della gola.
«Cosa?», replicò perplesso.
«Trentacinque…», raschiando ancora quel poco di voce che a fatica riuscivo ad emettere.
Mi strinse forte un braccio e fece un cenno come se avesse compreso. Pover’uomo, probabilmente pensava.
Uscii dalla stanza e mi accomodai su di una panca su cui era già seduta una donna: di sfuggita ne incrociai lo sguardo stringendo le labbra in una smorfia d’impotenza.
Puntellai i gomiti sulle ginocchia e accolsi la testa fra le mani: la sensazione di freddo che avvertivo sulla punta delle dita si trasmise alle tempie, costringendomi a emettere un incontrollato risucchio con la bocca.
Trentaquattro. Un conato di vomito mi gonfiò la gola d’un sapore acido: forse proprio in quel preciso istante realizzai che l’incidente aveva stroncato per sempre la vita di mia moglie. Trentacinque.
La luce subiva flebili intermittenze. Uno dei due tubi al neon che illuminavano quella parte di corridoio si stava esaurendo oppure si era solo danneggiato lo starter del circuito. Un crepitio e la luce si affievoliva, per poi tornare intensa: questo per un ciclo interminabile, come lampi in una notte buia.
Avrei voluto alzarmi in piedi e urlare, sferrare un pugno, e un altro, fino a sanguinare. Volevo sentire dolore, anelavo la sofferenza fisica, forse l’unica maniera di sentirmi ancora parte di una realtà che improvvisamente si stava sgretolando. Vita, morte: in quel momento ogni parola aveva perso significato, sovrapponendosi in una nuova materia la cui natura mi era ignota.
Volsi lo sguardo tutt’intorno, a centottanta gradi, come una sentinella che ispezioni un’area da difendere: alla mia sinistra, la signora con cui condividevo la seduta, si era allontanata di qualche metro per parlare al telefono; di fronte, una piccola statua della Madonna, posta su di un mobiletto di fortuna, stringeva tra le mani un rosario dai grani scuri ma lucenti, come i suoi occhi; alla mia destra, si apriva una porta sulla cui soglia un medico si intratteneva dando spiegazioni ad una giovane coppia.
Guardai il polso e mi accorsi di non avere l’orologio. Non ricordavo neanche se lo avessi indossato quel giorno, ma avevo la certezza che tutto stesse rallentandoall’inverosimile: le voci si allungavano in oscuri versi e i movimenti avevano il peso di una grave infermità. Quasi avessi fatto un bagno nella lidocaina, avvertii mente e corpo anestetizzarsi in un profondo torpore, in cui solo un’informazione riusciva a sopravviverecome un messaggio letto all’infinito da chissà chi: con una semplice correzione di una cifra su di un display luminoso, i pannelli dell’autostrada A avrebbero aggiornato il conto delle vittime degli incidenti stradali dall’inizio dell’anno. Da trentaquattro sarebbero passate a trentacinque.
Il mattino successivo fui svegliato da una strana telefonata.
«Il signor Zechender?», esordì una voce di donna in un italiano il cui accento tradiva una non so quale contaminazione straniera.
Rimasi in silenzio, ripetendo in mente il suono del mio cognome pronunciato con quella cadenza particolare.
«Mi perdoni innanzitutto per l’orario, sono mortificata di doverla disturbare così di buon mattino. È lei il signor Luca Zechender?»
«Con chi parlo?», massaggiando le palpebre e cercando di liberare la voce dalla cavernosa vischiosità accumulata nelle ore di sonno.
Si udì un piccolo colpo di tosse e una specie di fruscio, come se l’interlocutrice avesse passato un’unghia sul microfono del telefono «Lei non mi conosce. Mi chiamo Ogawa, EvaOgawa», interrompendosi ancora per qualche secondo in cui si avvertì un ulteriore disturbo.«Avrei bisogno di parlarle.»
«Dica pure.»
«Non per telefono. Le chiedo ancora scusa. Avrei bisogno di incontrarla di persona.»
«Incontrarmi? Per quale motivo?»
«Questo non glielo posso dire.»
Un incontrollato sbadiglio mi fece allontanare d’istinto il ricevitore dal viso. Nel riavvicinarlo indugiai qualche istante, dubbioso che quella inusuale conversazione si stesse realmente svolgendo. «Signora Ogawa, giusto?»
Presi per una risposta affermativa una secca vibrazione nasale che le immaginai produrre a labbra serrate.
«Ha detto che non ci conosciamo?»
«Esatto», lasciando quella parola sospesa a mezz’aria, carica di un sotteso più articolato, «Non ci siamo mai incontrati né abbiamo mai parlato prima di questo momento. Eppure risultiamo essere molto più vicini e in contatto di quanto possa immaginare.»
«Non sono sicuro di capire»
«È una questione di prospettiva, di semplice prospettiva.»
«Prospettiva?», ripetei poco convinto.
«Supponga per un attimo che esistano due mondi: due realtà che chiameremo della luce e dell’oscurità, separate solamente da degli specchi semiriflettenti. Se lei si trovasse nella parte luminosa, una volta davanti alla linea di confine, non vedrebbe altro che la sua immagine riflessa, come in effetti ci si aspetterebbe da uno specchio. Se io fossi invecedall’altra parte, non distinguerei la mia figura su quelle lastre, ma lei che si sta specchiando.», scandendo le ultime parole quasi a comunicarne un gravoso peso, «Per questo ho bisogno di parlarle di persona».
Non sapevo cosa pensare. Quella telefonata aveva un che di surreale, di romanzesco addirittura. In più, quei due termini, specchi semiriflettenti, mi infastidivano a tal punto da indurmi un senso di disgusto. Cosa diavolo sono degli specchi semiriflettenti?
Fui diretto: «Si rende conto che questa conversazione è, a dir poco, assurda? Qualunque cosa sia certa di conoscere sul mio conto – e non riesco ad immaginare come voglia sfruttare questo presunto vantaggio – non può essere oggetto di trattativa o altro».
Uno scherzo? Una trovata pubblicitaria? Il delirio di una persona disturbata? Eppure in quella voce ravvisavo qualcosa che mi tratteneva al telefono, come quando si assapori una nuova pietanza e non si comprenda, neanche dopo diversi assaggi, se sia di proprio gradimento o meno.
«Capisco…», replicò tra il comprendere il mio punto di vista e il voler passare oltre,«Ma, mi creda, è bene che mi raggiunga quanto prima. Purtroppo io non posso muovermi da…»
Un vuoto nel discorso. Forse una decina di secondi in cui probabilmente quella donna coprì con una mano il telefono per velare una voce che a stento riuscii a percepire in lontananza: una frase secca, forse un rimprovero o un avvertimento.
Qualche rumore ovattato e la voce di Eva Ogawa riprese carica di urgenza: «È arrivato il momento in cui lei sappia».
Tentennai. Era veramente un colloquio fuori da ogni schema.
«Che cosa c’è che io debba sapere?»
Non ottenni risposta.
«Chi le ha dato questo numero? Lo conoscono in pochi e non è presente sugli elenchi.», forzai alla ricerca di indizi.
Ancora una ostinata reticenza.
«Si tratta del mio lavoro?», rilanciai, sebbene ormai a corto di idee e di pazienza.
«Mi raggiunga e potremo parlare: il resto è irrilevante».
«Irrilevante dice?», tra l’ironico e il seccato.
«Nella giornata di ieri, avevo già provato a contattarla, ma purtroppo non mi è possibile fare più di una telefonata al giorno. Questa è l’unica chiamata che oggi ho a disposizione e il tempo stringe».
Ebbi l’impressione che volesse riattaccare, ma dopo un composto schiarimento della gola aggiunse: «Ho una cosa da mostrarle».
Mi sovvennero le due telefonate a cui non avevo risposto il giorno precedente: una doveva essere stata quindi la sua.
Tutta la conversazione era in ogni modo un nonsense: la necessità di incontrarmi, qualcosa da farmi vedere, gli specchi semiriflettenti, l’impossibilità di effettuare più di una chiamata. Paradossali tessere di un rompicapo altrettanto irrazionale. Chi e cosa volevaquesta signora Ogawa?
«Vorrei pensarci su, se mi è possibile.», svicolai.
«Preferirei una risposta immediata.», per assumere subito dopo un’intonazione che sembrava definire una verità assoluta, «Luca è tempo che la sua vita si rimetta in moto.Tutto riparte da qui».
Ero sconcertato, mi veniva quasi da ridere. Probabilmente in altre occasioni, avrei tagliato corto e terminato quel dialogo senza opportunità di appello. Eppure, spettinato e in mutande, con la mente e il corpo non ancora tornati del tutto alla veglia, permanevo in piedi davanti al telefono a valutare la possibilità di incontrare una tal Eva Ogawa – che poteva essere un nome inventato – senza addirittura conoscerne la ragione.
«Signora Ogawa, spero si renda conto che in questi termini io non posso accettare ilsuo invito e…», un nuovo scrosciante disturbo censurò le mie ultime parole, oltre a far cadere la linea senza possibilità di appello.
Infastidito come se avessi avuto un capogiro, poggiai il ricevitore sulla base: il clangore del campanello di metallo sottolineò quel gesto, risuonando nell’aria in maniera inaspettata, quasi stonata, come d’altra parte tutta quella conversazione.
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